Violenza a Torino. La folla non ha nome
di Nemo | 08 Febbraio 2026 @ 05:50 | EDITORIALI
Torino, 31 gennaio: un agente a terra, un martello in mano, una città che si divide ancora una volta tra chi chiede giustizia e chi cerca cause. Ma la vera domanda nessuno se la pone.
Alessandro Calista ha 29 anni. È originario di Pescara. Ha una moglie e un figlio. Il 31 gennaio è arrivato a Torino come uno degli oltre mille agenti inviati a presidiare il corteo nazionale indetto in difesa del centro sociale Askatasuna, sgomberato il 18 dicembre scorso dopo quasi trent’anni di occupazione. Nel corso degli scontri è finito per terra, ha perso il casco, ed è stato accerchiato da un gruppo di persone incappucciate. Uno di loro aveva un martello.
Non è morto. Ma senza il collega Lorenzo Virgulti, che lo ha trascinato via proteggendolo con lo scudo, potrebbe esserlo.
Questa è la notizia. Il resto è già interpretazione.
Il meccanismo della folla
Eppure, in larga parte, il resto è quello che conta. Perché quello che è successo a Torino non riguarda solo un agente ferito. Riguarda un meccanismo che conosciamo bene, uno di quelli che la sociologia ha studiato per decenni senza che la politica ne tenda mai conto davvero: la deindividuazione.
Dentro la folla, l’individuo smette di pensare per conto suo. Delega. Si nasconde nel mucchio. Si sente autorizzato a fare cose che, da solo, non avrebbe mai il coraggio di pensare. Non è una novità. È psicologia di base, applicata ogni volta che una parte di una manifestazione degrada in guerriglia urbana.
Il 31 gennaio a Torino era tutto questo, amplificato al massimo. Oltre un’ora di scontri in corso Regina Margherita. Un blindato della polizia dato alle fiamme. Bombe carta, bottiglie, sbarre di ferro, fioriere strappate dal selciato e lanciate. I gruppi di incappucciati si chiamavano tra loro con codici: Blu, Ugo, Kiwi, Mango. Organizzazione, non improvvisazione.
Più di cento tra forze dell’ordine e manifestanti sono rimasti feriti. Almeno tre arrestati. Una decina di denunciati. Un quartiere, Vanchiglia, devastato.
Non tutto nasce dal nulla
Detto questo — e qui inizia la parte che molta parte della politica preferisce non sentire — niente di ciò che è successo a Torino è caduto dal cielo.
Askatasuna era stato sgomberato il 18 dicembre 2025. Era uno dei centri sociali più visitati e conosciuti d’Italia. Aveva operato per quasi trent’anni in un edificio di corso Regina Margherita. Il comune di Torino, sotto il sindaco Stefano Lo Russo, aveva persino avviato nel 2024 un percorso per riconoscerlo come bene comune. Poi il patto è fallito, le indagini hanno portato a galla le violenze degli mesi precedenti — l’assalto alla redazione della Stampa, i danni alle Ogr durante l’Italian Tech Week — e il ministro Piantedosi ha dato l’ordine.
Lo sgombero era legittimo. Le indagini erano legittime. Ma chi ha deciso di organizzare una manifestazione nazionale da decine di migliaia di persone, sapendo che il corteo avrebbe costeggiato proprio quella sede blindata e sequestrata? Chi ha scelto il percorso, sapendo quello che sarebbe successo?
Le risposte a queste domande non giustificano nulla. Ma le domande esistono, e ignorarle significa parlare di Torino senza parlare davvero di Torino.
ll dibattito che non dibatte
Quello che è seguito dalle violenze, nel discorso pubblico, è stato prevedibile come l’alba. La destra ha condannato, giustamente. Meloni ha visitato gli agenti al Molinette e ha parlato di tentato omicidio. Salvini ha chiesto arresti e il nuovo pacchetto sicurezza. Piantedosi ha definito gli antagonisti un pericolo per la democrazia.
La sinistra ha condannato, giustamente anche questa volta. Schlein ha parlato di violenza inaccettabile e ha chiamato Meloni per evitare strumentalizzazioni. Conte ha condannato gli atti. Bonelli e Fratoianni hanno ribadito la loro posizione netta.
Tutti giusti. Nessuno sbagliato.
Eppure il dibattito resta bloccato su una linea che separa due campi: chi attacca e chi difende le forze dell’ordine. Un campo che nessuno, almeno ufficialmente, mette in discussione. Il problema è che questa divisione — destra/sinistra, ordine/rivolta — è esattamente quella che i violenti volevano creare. È la loro vittoria, la più grande: trasformare un gesto criminale in un conflitto politico. E noi, puntualmente, ci caschiamo.
La domanda che manca
La domanda che nessuno sembra voler porre è questa: come si previene?
Non come si punisce — quello è il lavoro dei tribunali e del decreto sicurezza. Non come si racconta — quello lo facciamo noi giornalisti, spesso male. Ma come si impedisce che una parte di una manifestazione di cinquantamila persone si trasformi in una banda armata che picchia un uomo a terra con un martello.
Perché questa non è la prima volta. Non è nemmeno la decima. Le manifestazioni che degenerano in Italia sono una costante, non un’eccezione. E ogni volta il copione è lo stesso: condanna unanime, arresti pochi, dibattito acceso per tre giorni, poi passa tutto.
Il sindaco di Torino Lo Russo ha detto la cosa giusta, in fondo: separare chi dissente da chi delinque. Facile da dire. Difficile fare. Eppure questa resta l’unica domanda che conta. E nessuno, finora, ha avuto il coraggio di risponderle davvero.
Il prezzo lo pagano sempre gli stessi
Il 31 gennaio, Alessandro Calista ha scritto dalla barella: “Ho fatto solo il mio dovere”. Lorenzo Virgulti ha detto che avrebbe fatto lo stesso per qualsiasi collega.
In mezzo ai cassonetti bruciati e ai cocci di vetro di corso Regina Margherita, c’è anche un quartiere intero che ha vissuto una delle sue giornate più feroci. Ci sono residenti che hanno chiuso le porte di casa. C’è un troupe Rai che è stata aggredita mentre faceva il suo lavoro.
Il prezzo lo pagano sempre quelli che non hanno niente a che fare con la polemica. Come sempre.


