Zimei racconta le origini della lauda tra San Francesco e i “giullari di Dio”

Musica Per-Formare. Dialoghi tra suoni, parole e nuove frontiere culturali

di Sabrina Giangrande | 05 Marzo 2026 @ 06:00 | L'AQUILA CAPITALE CULTURA

L’AQUILA – «Tornare nella propria città è sempre un grande piacere e motivo di orgoglio, soprattutto quando si porta con sé un progetto di ricerca che ha ottenuto un riconoscimento di livello europeo». Così il professor Francesco Zimei ha commentato, al termine dell’incontro avvenuto nel pomeriggio di martedì 3 marzo, promosso dalla Società Aquilana dei Concerti “Bonaventura Barattelli”, la tappa aquilana del suo percorso di studi dedicato alla lauda medievale.

L’appuntamento, inserito nel cartellone di “Musica Per-Formare. Dialoghi tra suoni, parole e nuove frontiere culturali” per L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026, è stato dedicato a un tema di straordinaria suggestione: “Alle origini della lauda: San Francesco e i giullari di Dio”, in collegamento con l’ottavo centenario della morte del Santo di Assisi.

Zimei, professore ordinario di Musicologia e Storia della Musica all’Università di Trento, dal 2022 dirige un prestigioso progetto europeo ERC Advanced Grant interamente consacrato al repertorio laudistico. Un riconoscimento che, come ha spiegato, premia anni di ricerca sul rapporto tra musica e poesia nell’Italia medievale e rinascimentale.

«La lauda rappresenta una delle prime forme di lirica spirituale in volgare»,- ha ricordato il musicologo-; «prima ancora che l’italiano conquistasse una propria dignità letteraria, questi testi si diffondevano attraverso la melodia, risuonando nelle piazze e sui sagrati delle chiese». Una circolazione orale che precede la fissazione scritta: solo in un secondo momento alcune laude furono trascritte, consentendoci oggi di leggerle.

https://youtu.be/nxPRWiswYCc

Tra queste spicca il Cantico di frate Sole, composto da San Francesco d’Assisi esattamente ottocento anni fa, indicato da Zimei come la “vetta più luminosa e riconoscibile” di questa tradizione nascente. Un testo emblematico che testimonia l’interesse del Santo per una lingua nuova, ancora “sottotraccia” e poco vitale, ma capace, attraverso il canto, di farsi lingua del popolo.

Determinante, secondo lo studioso, fu la scelta francescana di adottare per la predicazione un linguaggio immediato e persuasivo, capace di parlare “dal basso” e di coinvolgere un pubblico sempre più ampio. In questo processo ebbero un ruolo decisivo i cosiddetti “giullari di Dio”: figure dotate di straordinaria abilità comunicativa, veri mediatori tra arte e devozione, in grado di trasformare la performance in strumento di evangelizzazione.

Zimei ha sottolineato anche come la lauda nasca in un contesto in cui il latino resta la lingua ufficiale della liturgia, ma non sempre comprensibile al popolo. L’uso del volgare cantato rappresenta così una svolta: una scelta funzionale e insieme rivoluzionaria, che contribuisce all’evoluzione stessa della lingua italiana e alla sua progressiva attestazione nei manoscritti.

Non è mancata una riflessione sul destino moderno di questo repertorio, spesso rielaborato o adattato alle esigenze della spiritualità contemporanea. «Le laude antiche – ha osservato – sono un patrimonio autentico della tradizione popolare, ma talvolta il testo viene modificato o contraffatto secondo sensibilità successive». Un processo che, se da un lato testimonia vitalità, dall’altro rischia di allontanare queste composizioni dalla loro fisionomia originaria.

L’incontro molto partecipato a Palazzo Di Paola, trasmesso anche in streaming, ha offerto al pubblico aquilano non solo una lezione di alta divulgazione musicologica, ma anche un’occasione per riscoprire le radici profonde della nostra identità culturale: là dove poesia, musica e fede si intrecciano, dando voce, attraverso la lauda, a una delle prime espressioni della coscienza letteraria italiana.



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