29 dicembre 1995, Giovanni Paolo II dopo il malore di Natale scelse il Gran Sasso

di Fausto D'Addario | 29 Dicembre 2025 @ 05:12 | RACCONTANDO
29 dicembre 1995 il Papa sul Gran Sasso

Dopo il malore di Natale, la passeggiata segreta di Wojtyła a San Pietro della Ienca divenne un segno di speranza: trent’anni dopo, quell’ora sul Gran Sasso parla ancora al cuore dei fedeli.

Il mondo aveva trattenuto il respiro il giorno di Natale del 1995. In diretta televisiva, dalla finestra del Palazzo Apostolico, Giovanni Paolo II era stato costretto a interrompere la benedizione Urbi et Orbi. Un sospiro, un lamento, poi quelle parole semplici e disarmanti: «Scusatemi, non mi sento bene». Venti minuti dopo era riapparso, con un sorriso fragile ma tenace: «Vi auguro di nuovo buon Natale e vi prego di scusarmi, ma anche il Papa si può ammalare».

Per circa quarantotto ore, dalla vigilia al 26 dicembre, il destino del pontificato sembrò sospeso. I media si rincorrevano, le ipotesi si moltiplicavano. Non era la prima volta che Karol Wojtyła faceva i conti con la sofferenza: interventi chirurgici, cadute, fratture, mesi di degenza al Gemelli, voci insistenti sul suo futuro. Eppure, ogni volta, il Papa aveva risposto con l’arma più disarmante: la vita vissuta fino in fondo. «Sto meglio di quanto mi merito», aveva scherzato qualche anno prima, mentre il portavoce Navarro-Valls lasciava che fosse l’agenda fitta del Pontefice a smentire ogni allarme.

Quattro giorni dopo quel Natale di paura, il 29 dicembre 1995, arrivò la notizia che fece il giro del mondo. Una notizia inattesa, quasi clandestina. Giovanni Paolo II stava meglio. Non con un bollettino medico, ma con un gesto. Aveva scelto di tornare dove il respiro si allarga e il silenzio cura: le montagne d’Abruzzo.

Nel primo pomeriggio, intorno alle 14.30, alcune auto con targa vaticana furono notate ai piedi del Gran Sasso d’Italia, nella zona pianeggiante conosciuta come Il Vasto, a circa 900 metri di quota. La meta era l’eremo di San Pietro della Ienca, piccola chiesa della parrocchia di Camarda, restaurata qualche anno prima. Una presenza discreta, protetta da una scorta imponente ma lontana dagli sguardi.

Giovanni Paolo II, accompagnato dal segretario don Stanislao Dziwisz e da pochi collaboratori fidati, trascorse lì un intero pomeriggio. Per circa un’ora – forse di più – passeggiò lentamente tra i boschi, respirando l’aria fredda di dicembre. Davanti all’eremo di San Pietro, la scorta accese anche un fuoco, per scaldare il Papa e i suoi accompagnatori nella bassa temperatura di montagna. Alle 16.30 la comitiva ripartì, rientrando a Castel Gandolfo e poi in Vaticano.

Fu Pasquale Corriere a intuire per primo la portata di quell’episodio. Quella che sembrava una semplice “gita” privata si trasformò in un messaggio potentissimo: il Papa stava bene. La sua apparizione tra le falde del Gran Sasso ebbe una risonanza internazionale perché dissipò i timori di milioni di fedeli. Dopo il malore, Wojtyła non aveva scelto il riposo assoluto, ma il cammino, la preghiera, la montagna.

Non era la prima volta che Giovanni Paolo II arrivava in Abruzzo. In oltre diciassette anni di pontificato aveva frequentato più volte le vette abruzzesi e molisane, senza rinunciare, nei primi anni, neppure allo sci. Aveva camminato sui Prati d’Angro, sostato in piccole cappelle, pregato davanti a Madonne nascoste. Le montagne erano per lui un luogo dell’anima, uno spazio di libertà e di dialogo con Dio.

Ma quella visita del 29 dicembre 1995 fu diversa da tutte le altre. Fu la più silenziosa e, proprio per questo, la più eloquente. La sala stampa vaticana osservò un rigoroso silenzio, limitandosi a confermare che il Papa, ormai ristabilito, aveva ripreso le sue attività. Il giorno dopo, l’Angelus e il Te Deum di fine anno a Sant’Ignazio a Campo Marzio avrebbero definitivamente archiviato la “grande paura” del Natale ’95.

Col tempo, quel pomeriggio sul Gran Sasso cambiò anche il destino di un luogo. Il piccolo santuario di San Pietro della Ienca divenne meta di pellegrinaggio, un luogo di profonda spiritualità legato indissolubilmente alla figura di Giovanni Paolo II, al punto da essergli oggi dedicato. Un’attrazione per fedeli e turisti italiani e stranieri, un angolo di paradiso che racconta un Papa fragile e fortissimo insieme.

Le visite di Giovanni Paolo II, ricordava Pasquale Corriere, hanno permesso il miracolo di vedere tanti pellegrini andare a pregare presso il santuario del Papa, vero angolo di paradiso. Il card. Stanislao Dziwisz ha ricordato nell’ultima messa celebrata insieme al card. Petrocchi: “sono venuto qui tante volte con il santo padre, anche quando la chiesetta era chiusa, stavamo qui vicino per qualche ora, perché il Papa voleva stare qui e guardare queste meraviglie, le montagne! Pregando il signore. E noi stavamo lontano, guardandolo com’era in contatto con il signore. Oggi, 29 dicembre 2025, a trent’anni di distanza, quella notizia che fece il giro del mondo continua a parlare.  Sul Gran Sasso, Giovanni Paolo II non pronunciò discorsi né impartì benedizioni solenni. Eppure, in quell’ora tra i boschi abruzzesi, consegnò una delle sue lezioni più limpide: la speranza non si proclama, si vive.

29 dicembre 1995 il Papa sul Gran Sasso


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