Cocullo, di santi e di serpi
di Fausto D'Addario | 30 Aprile 2023 @ 05:08 | I LUOGHI DELLO SPIRITO
Cocullo, di santi e di serpi. Proprio qui il primo maggio, in questo piccolo paese di montagna tra la Marsica, la Valle Subequana e la Valle Peligna, in onore di San Domenico fedeli, pellegrini, studiosi e curiosi si danno appuntamento per assistere a una delle manifestazioni tra le più suggestive in Abruzzo e in Italia: il rito dei serpari. Un evento ormai diventato centro di attrazione internazionale. Quel giorno i serpenti sono i veri protagonisti della festa: il momento da tutti atteso, immortalato da fotografi e curiosi, ha luogo quando la statua del Santo viene portata processionalmente per le vie del paese, con le serpi avvinghiate in scenografiche spirali intorno alla statua. Un misto di fascino e terrore sacro, retaggio di riti ancestrali sopravvissuti alle nebbie del tempo.
Qual è il vero significato di questa celebrazione, di questa ordalia totemica dei Marsi, come la definiva il Pansa? Domenico, tra i santi più venerati in Italia centrale, è più noto come San Domenico di Sora: nato nel 951 a Foligno, fu monaco di formazione cassinese, la cui attività si inserì tra le grandi potenze monastiche dell’XI secolo: Montecassino, Farfa e San Vincenzo al Volturno. Riformatore, fondò infatti il monastero di San Pietro del Lago, di cui oggi non rimangono che ruderi a Villalago (Aq) e morì a Sora nel 1031. Quella di Domenico fu però una figura attorno alla quale ben presto si è andato formando un gran numero di racconti e devozioni: se a Foligno e Sora il Santo è invocato contro le tempeste e la febbre, in Abruzzo, ma anche Molise, Puglia e Campania proteggerebbe dagli attacchi di animali rabbiosi e velenosi anche se, nella storia della sua vita, non c’è poi così tanto materiale da spiegare questi miracolosi patronati.
Il borgo dove il suo culto è più suggestivo rimane senz’altro Cocullo, dove sono custodite le prodigiose reliquie di San Domenico: il dente, che sarebbe stato da lui stesso donato, da appoggiare sulla parte da guarire, nonché il ferro della sua mula, usato per proteggere gli animali. Ma la venerazione del Santo è conosciuta specialmente grazie alla processione dei serpari. Un’arte dalle origini remote, quella del serparo: fin dall’antichità la Marsica era nota per le sue ritualità ancestrali e per la presenza di abili serpari, capaci di maneggiare e addomesticare serpenti velenosi. Tradizione già ricordata nell’Eneide di Virgilio, che presenta la figura del fortissimo Umbrone, guaritore e incantatore di serpenti mandato dal re dei Marsi a combattere i Troiani, e che morirà per mano dello stesso Enea. I Marsi riservavano poi un culto ad Angizia – anguis in latino significa serpente – sulle sponde del lago del Fucino, dove alla dea, a primavera, venivano offerti serpenti vivi. Una divinità dai tratti sfuggenti, perché il suo culto era riservato a pochi iniziati. Dea dai tanti volti: associata alla maga Circe, di cui sarebbe stata la sorella o a Medea, che cambiò il suo nome in Angizia dopo essere stata abbandonata da Giasone e fuggì riparando nella Marsica. Ecco, Cocullo diventa il luogo dove l’ellenico e l’abruzzese si fondono, dove la nebbia che saliva dal lago Fucino e la densa vegetazione proteggevano le misteriose arti di questi antichi popoli.
Con l’avvento del cristianesimo e l’evangelizzazione ad opera dei monaci, i culti pagani sopravvissero nella cultura agreste, trasferendosi nella persona e nella vita di San Domenico, al quale venne attribuito così un miracoloso potere contro il veleno dei serpenti. Il monaco Giovanni, che ne fu discepolo e ne scrisse la vita, racconta come il Santo trasformò delle serpi in pesci. Ancora nell’Ottocento l’antropologo De Nino scrive sulle serpi di Cocullo: “Il serparo posto in agguato, sorprende le serpi, le afferra al collo e le irrita con “le rinne deggli scappelli”, cioè con le falde del cappello. Le povere bestie sono tradite dalla madre natura. La natura dice loro: – Reagite! – Ed esse reagiscono addentando quelle istigatrici falde. Allora il serparo tira a sé, con violenza, il cappello; e le serpi perdono i più robusti denti”. D’Annunzio dedicherà alla figura del serparo l’atto terzo de La Fiaccola sotto il Moggio e Francesco Paolo Michetti presenterà all’Esposizione universale di Parigi nel 1900 la grandissima tela “Le serpi”, frutto di un suo pellegrinaggio a Cocullo. Si potrebbe dire senza timore di essere smentiti che ancora oggi la figura del serparo si colloca a metà strada tra santità e leggenda, per la sua capacità di domare e ammansire i serpenti. Un’arte che si perpetua di padre in figlio, custodendo gelosamente quelle tecniche necessarie per la cattura delle serpi e il perpetuare di questa importante tradizione. Il momento giusto per entrare in azione è la primavera: la caccia si apre il 19 marzo, festa di San Giuseppe. Poi le serpie vengono custodite fino al primo maggio, giorno della festa di San Domenico; dopo il rito sono riportate nella campagna e liberate.
Per quanto riguarda lo svolgimento della celebrazione, il complesso bandistico annuncia di buon mattino l’apertura della festa, alla quale partecipano e accorrono con i loro canti e strumenti – immancabili le zampogne – le compagnie di pellegrini dall’Abruzzo, dal Molise e dal basso Lazio, luoghi in cui il culto di San Domenico è più profondo. Tra le devozioni, il raccogliere la “terra benedetta” – cioè il terriccio – dalla cappella di San Domenico, usato nelle case e nei campi contro i serpenti; alcuni devoti tirano con i denti la corda di una campanella vicino l’altare del santo, come aiuto contro il mal di denti. Ma è in tarda mattinata che inizia la processione dei serpari: dopo la messa solenne presieduta dal Vescovo, dal santuario escono la banda e le ragazze adornate con i costumi tradizionali del luogo; segue poi la statua di San Domenico, che viene “vestita”, cioè gli esemplari più affascinanti e di maggiori dimensioni tra i serpenti catturati vengono posti attorno alla statua del santo. È il momento magico che tutti aspettano: solo a fatica si procede tra le ali della folla. Un paesino di circa 300 abitanti diventa la sede di un evento che può contarne fino a ventimila. Tra la folla, pellegrini e curiosi tengono in mano o portano addosso le serpi, sinuose accompagnatrici del santo, che si avvinghiano alle braccia o si arrotolano intorno al collo, rituale che allontana il male e rende onore al santo. Prima del rientro in chiesa, sul sagrato, la statua viene liberata dalle serpi; i devoti si ritirano. Da sottolineare il commiato della compagnia di Atina, che al suono nostalgico delle zampogne, canta: «Addio San Domenico/ noi siamo di partenza/ e dacci la licenza,/ la santa benedizion». E camminando all’indietro, senza voltare le spalle al santo, ripetono il canto di congedo uscendo dal santuario, promettendo di tornare per l’anno prossimo.
È qui lo spirito della festa di San Domenico, in quegli atteggiamenti dei devoti, nella loro consapevole irrazionalità, negli sguardi di quella gente che ogni anno, con viva fede e speranza, si raccomanda alle preghiere del Santo, pellegrino sui monti e uomo come loro, che non dovette ignorare i pericoli, le ansie e i problemi della vita, ma che con l’aiuto di Dio seppe vincere il veleno del maligno e portare il suo conforto a un popolo sofferente, ma sinceramente religioso.





