Celestino V e la geopolitica del perdono
di Fausto D'Addario | 25 Agosto 2024 @ 05:48 | PERDONANZA
Soldi, debiti, guerra e pace. Celestino V, il pio eremita abruzzese asceso al trono pontificio nella torbida geopolitica dell’Europa del secolo XIII, si rese subito conto di ciò che lo avrebbe atteso. Era il papa tanto sospirato dagli spirituali, l’irruzione del divino dopo tanti pontefici politici, era il tramonto della Chiesa carnale e corrotta e il ritorno a una Chiesa povera, umile e giusta. Che farai, Pier da Morrone? Se’ venuto al paragone, scriveva Jacopone da Todi. Povero Celestino, quanto immane era il peso del manto pontificale! Quanto era pesante la tiara che ricevette sul capo quel 29 agosto 1294, nella sua chiesa di Santa Maria di Collemaggio, in presenza delle folle osannanti. Eppure tra i primi documenti rilasciati dal monaco frequentatore delle grotte del Morrone e della Maiella troviamo una quietanza per i mercanti pistoiesi della Camera Apostolica. Anzi, ancor prima dell’incoronazione, il 17 agosto concede al notaio pontificio Nicola da Trevi il feudo del castello di Fumone, evocando sin dall’inizio del suo pontificato, in modo sinistro, il luogo che avrebbe visto la conclusione della sua vicenda terrena. Per non parlare del rilascio di una quietanza di 2.000 fiorini d’oro destinati a Gentile da Sangro, rettore della Marca d’Ancona, per consentirgli di assoldare una milizia al fine di pacificare la provincia. Allo stesso poi scriverà ordinandogli di moderare pene e sanzioni troppo gravose da sostenere. Stessa raccomandazione a Robert de Cornay, per comunicargli la nomina a rettore di Romagna e Bologna. Niente di più estraneo ad un uomo che veniva angelicato già in vita! E di bolle papali di tono simile è costellato il registro delle sue lettere, almeno 105, quelle di cui abbiamo notizia. La parte più corposa del suo epistolario riguarda provvedimenti, istruzioni e concessioni nei confronti dei regnanti o di personaggi influenti riconducibili alle complesse dinamiche del tempo.
Celestino V riassume le linee della sua geopolitica del perdono comunicando la propria nomina agli arcivescovi di Ravenna e Reims: compito del Papa è quello di creare l’unione tra i fedeli, compito della Chiesa è quello di salvare il mondo nell’abbraccio della misericordia. Anche i potenti della terra, però, sono tenuti a far prosperare la serenità e la pace dei loro sudditi. A Celestino sta a cuore l’applicazione di una giustizia equa, con le raccomandazioni per un saggio discernimento e la risoluzione dei contrasti, con l’unico intento di perseguire la pace. Era quello, infatti, il fiero tempo delle lotte tra guelfi e ghibellini, della pretesa di autonomia dei comuni, dell’affermarsi del potere delle signorie e dei primi stati nazionali, nonché del consolidarsi dell’autorità temporale della Chiesa. Ma il nuovo papa, inesperto di questioni burocratiche e non fidandosi del tutto dell’ambiente curiale, scivolò quasi naturalmente nelle mani del re Carlo II d’Angiò, che gli mise volentieri a disposizione i suoi funzionari. Nonostante le manipolazioni, nelle bolle papali si intravede sempre in filigrana il supremo fine della pacificazione politica, con il costante assillo della salvezza delle anime. Le energie convogliate verso la pace e la riconciliazione lo portano a una frenetica attività diplomatica. In quegli anni la penisola italiana risentiva della grave instabilità innescata dalla guerra dei Vespri siciliani, cui si aggiungeva il precario equilibrio tra il re di Francia Filippo il Bello e il re Edoardo I d’Inghilterra. Altro cruccio era la Terra Santa caduta in mano ai Saraceni. E così un papa Celestino seriamente preoccupato scrive dall’Aquila a re Edoardo d’Inghilterra, perché concluda la pace con l’antagonista francese. E confermando la nomina di Robert Winchelsey alla prestigiosa arcidiocesi di Canterbury, gli chiederà di intercedere presso il sovrano inglese per fermare gli attacchi contro la Scozia, sulla quale il Papa voleva esercitare la propria tutela.
La questione di Sicilia era poi rimasta pendente con la vacanza di due anni della Sede Apostolica. Dai vespri siciliani, le lotte tra Angioini (francesi) e Aragonesi (spagnoli) si protrassero per circa 20 anni e si conclusero più tardi con la vittoria degli spagnoli. Anche in questo caso al papa eremita premeva riportare la serenità nei territori e tra le persone che avevano subito invasioni e stragi. E poiché molte questioni politiche venivano risolte attraverso accordi matrimoniali, ecco che allora abbiamo una bolla con cui Celestino concede la dispensa a Giacomo II d’Aragona per unirsi in matrimonio con Bianca, figlia di Carlo II, non prima di aver concesso lo scioglimento del matrimonio tra Giacomo II e Isabella, la precedente moglie. Severo con gli spagnoli, il papa morronese si rivelò invece prodigo nel concedere favori e protezione al re di Francia e ai suoi familiari. Infine, un’altra impresa cercava di organizzare in tutti i modi: organizzare una nuova Crociata per la riconquista della Terra Santa. Diverse furono le ingiunzioni a potenti, vescovi e monasteri per raccogliere con sollecitudine le decime per l’equipaggiamento delle galere da far partire per Gerusalemme.
Nei pochi mesi di pontificato Celestino V non dimenticò l’ordine monastico da lui fondato. Favorì l’espansione dei Morronesi, annettendo al suo ordine chiese e monasteri già esistenti in decadenza materiale e spirituale o creandone di nuovi e sottraendoli all’autorità dei vescovi. Quando soggiornò a Montecassino, sostituì l’abate e mise al suo posto Angelerio, un monaco a lui fidato e costrinse i monaci di lì a dismettere l’abito nero e a fare uso dell’abito morronese. Era evidente l’intento di riformare tutto il monachesimo benedettino, iniziando proprio da Montecassino, centro propulsore della regola di San Benedetto in Occidente. I monaci celestini si dedicavano inoltre alla ricca attività della transumanza tra le alture d’Abruzzo e la Puglia e così ottenne dal re Carlo la concessione, a tutti gli insediamenti celestiniani, del diritto di pascolo e di abbeveraggio gratuito per il loro bestiame in tutti i luoghi del regno.
Celestino concesse anche numerose bolle di indulgenza parziale, come quella che vede destinatari i fedeli che pregano per il re di Francia e la sua famiglia, o quelle che coinvolgevano mete facilmente raggiungibili, come la chiesa del monastero di Santa Maria di Trivento, con lo scopo di favorire la devozione alla Vergine Maria. Le braccia della misericordia le estendeva parimenti a quanti avrebbero onorati alcuni santi titolari di chiese, come i santi Tommaso e Giustino a Chieti. Altre indulgenze venivano elargite a coloro che avrebbero collaborato ai lavori di chiese e monasteri come Santo Spirito di Bucchianico e Santo Spirito di Sulmona. Ma l’indulgenza che ha da sempre destato più interesse è la Bolla del Perdono, con la quale, il 29 agosto 1294, Celestino V concedeva l’indulgenza plenaria, forse sul modello dell’unico precedente rappresentato dal Perdono della Porziuncola. Del resto entrambi i santuari di Assisi e L’Aquila hanno al cuore la devozione mariana. Ancora oggi il 28 il 29 agosto viene aperta e poi chiusa la porta santa di Collemaggio attraverso la quale, pentiti e confessati, si ottiene la remissione dei peccati.
L’ultimo atto giuridico è quello dell’11 dicembre 1294, dove un Celestino ormai prossimo alla rinuncia diffidava chiunque avesse usato attentare a tutte le concessioni da lui fatte, perché sarebbe incorso nell’indignazione di Dio e degli apostoli Pietro e Paolo. Due giorni dopo papa Celestino V – era scritto nel suo nome, cinque furono i mesi di regno – avrebbe deposto la tiara ricevuta a Collemaggio. I nuovi studi sulla sua figura hanno ormai documentato come l’immagine dell’uomo solitario e vulnerabile non corrisponde alla realtà storica del personaggio. Altro che vegliardo svanito nei silenzi della montagna e nelle macerante penitenze! Celestino era una personalità forte e coraggiosa; forte e coraggioso nell’assumere il governo, così come nell’abbandonarlo. Aveva avvertito in pieno l’incompatibilità tra la sua visione religiosa ed ecclesiale e le modalità storiche con cui quel potere veniva esercitato, troppo invischiato di compromessi e di calcoli politici.



