Ascesa a Rocca Calascio in una mattina di neve
di Fausto D'Addario | 17 Novembre 2024 @ 05:28 | I LUOGHI DELLO SPIRITO
Rocca Calascio sotto la neve non è uno spettacolo insolito, ma è un incanto sempre più raro. Eppure è quello che abbiamo visto con i nostri occhi – e ripreso con i nostri strumenti – dopo le nevicate degli scorsi giorni. Incespicando un pochino, siamo saliti per i dorsi fin su in cima alla Rocca: le fenditure apparivano bizzarre, i vuoti ricolmati, i dirupi non più così spaventevoli, le sagome familiari candide e diverse. Tutta la natura dormiva sotto il candore di un manto silenzioso, prima fra un viluppo di nubi, poi nell’aria tersa e pungente. La montagna, è vero, è proprio un mondo a parte: ti fa dimenticare il presente. Tutto lassù era gigantesco e allo stesso tempo piccolo. Più piccoli arriviamo a sentirci nei confronti della montagna e più ci avviciniamo a partecipare della sua grandezza. Non so perché, ma è così. Mi sentivo quasi un gigante, in piedi su questo regno scintillante, con gli occhi persi tra l’azzurro del cielo e il bianco immacolato della neve. E intanto il vento passava come un torrente d’aria e portava l’eco di mille suoni e rumori lontani e vicini, un’armonia celeste che toccava un organo invisibile. Più mi guardavo intorno e più mi rendevo conto che le nevi, il gelo, il vento, la pioggia, il sole di migliaia e migliaia di anni hanno frantumato e sciolto e levigato queste rocce. Dita invisibili che hanno plasmato e foggiato in mille forme tutta questa terra fatta di balze, poggi e rocce, su cui la Rocca troneggiava come una regina. Una regina apparsa in tanti film. Rocca Calascio, ora sei la regina delle nevi che riposi sotto questo mantello, come tu fossi stanca. Eh, essere belli stanca! Più in là l’ottagono di Santa Maria della Pietà – l’avrei ribattezzata piuttosto Santa Maria delle Nevi – faceva da sentinella muta e assorta in questo spettacolo.



Mi sono seduto un attimo ai piedi della Rocca e ho chiuso gli occhi, solo con me stesso. Mi tornavano in mente le esperienze infantili, quando andavo in montagna con papà, quegli istanti unici nei quali ho conosciuto l’esaltazione, mescolata alla paura, della prima salita arrischiata… e riuscita. Ho assaporato quella nostalgia, la nostalgia delle montagne che è vecchia come l’umanità che le ha percorse. È sulle loro vette che si fissa irresistibilmente lo sguardo di ogni uomo, rapito dal richiamo che viene dall’alto. Montagne eterne, luoghi in cui la terra, come un gigante, si alza, si solleva e si tende verso il cielo. Ecco perché tutte le letterature religiose hanno celebrato l’eccellenza delle montagne, rendendo le loro cime il punto d’incontro tra la divinità e l’uomo. Ogni scalata è un’ascensione, un superamento dello spazio della condizione umana, come un passaggio che introduce chi sale in una regione superiore celeste. Avrei voluto, non so, sventolare un enorme bandiera, gridare a squarciagola alla gente: “Salite, salite! Venite a vedere che spettacolo! Venite a vederlo, prima che si sciolga tutto”.
Quando ho riaperto gli occhi, l’aria si era tranquillizzata. Il suono della neve che scricchiolava sotto i miei passi era così rilassante! Un profondo piacere per ciò che può essere vissuto con gli occhi e la mente spalancati. E mentre a malincuore scendevo, pensavo a quanto ancora siamo parte della natura, nel senso più ampio del termine. Intanto il sole confondeva in un unico bacio cielo e terra, e questo bel lembo d’Abruzzo veniva illuminato a poco a poco come una fascia d’argento. È proprio vero che esiste un rapporto interiore tra una montagna e la sua gente. Dieci, cento, mille bellezze. Abbracciando tutto di un solo sguardo d’amore, con il cuore gonfio di meraviglia, mi dicevo: “È questo il nostro Abruzzo”.


