Cocullo e i serpenti, il 1° maggio degli abruzzesi

di Fausto D'Addario | 01 Maggio 2025 @ 13:54 | ATTUALITA'
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COCULLO – Ogni 1° maggio, mentre l’Italia celebra la Festa del Lavoro con cortei, concerti e picnic all’aperto, in un angolo incantato d’Abruzzo, tra le montagne della Valle del Sagittario, il tempo si ferma per un rito antico e misterioso. A Cocullo, piccolo borgo di meno di 250 anime in provincia dell’Aquila, si celebra la Festa di San Domenico Abate, meglio conosciuta come la Festa dei Serpari o dei serpenti: una cerimonia che intreccia sacro e profano, fede e natura, devozione e coraggio, un unicum nel panorama delle tradizioni popolari europee.

È così che gli abruzzesi festeggiano il 1° maggio: non con slogan, ma con serpenti sacri, facendo memoria del lavoro contadino, della fatica della montagna, della pazienza e del rispetto verso il creato. Cocullo ha saputo custodire questo rituale unico e trasmetterlo alle nuove generazioni. La partecipazione dei giovani, l’attenzione scientifica e il coinvolgimento di antropologi e musicisti raccontano di una comunità viva, che non vuole diventare cartolina, ma restare carne, sangue e rituale condiviso. Una festa che ha saputo sopravvivere a guerre, terremoti e da ultimo, alla pandemia.

Di santi e di serpi: una festa, una comunità, un’Italia diversa

Ma perché i serpenti? Perché proprio San Domenico? Le origini del culto sono complesse, stratificate, e si perdono tra il mondo pagano e quello cristiano. Probabilmente, il rito affonda le sue radici nei culti italici della dea Angizia, venerata dai Marsi come guaritrice e dominatrice dei serpenti. San Domenico – abate benedettino vissuto tra l’XI e il XII secolo – avrebbe “cristianizzato” questi antichi riti, offrendo ai fedeli una nuova figura protettiva capace di canalizzare la forza ambivalente del serpente: pericolo e guarigione, terrore e potere benefico.

Non è un caso se ogni anno arrivano a Cocullo oltre 20.000 persone. Devoti, curiosi, turisti, studiosi, fotografi, registi. È una fotografia dell’Italia di oggi: quella che cerca, tra le pieghe della modernità, un senso di appartenenza, di radicamento. Ci sono le paure di oggi e i rimedi antichi. La paura dei serpenti e quella del futuro, la voglia di restare e la tentazione di andar via.

Sorpresa, spunta un gruppo di sciamane celtiche

Tra le compagnie di pellegrini quest’anno si è affacciata anche un’altra presenza: un gruppo donne con ghirlande di edere tra i capelli, volti sereni, abiti dai richiami ancestrali. Sono partecipanti a un seminario sciamanico, legato a riti celtici, che trovano proprio qui, tra i monti del centro Italia, un’insospettabile casa spirituale.

Un rito che, a prima vista, ha poco a che vedere con San Domenico, le sue leggende, i miracoli, le serpi. Eppure, in qualche modo, è il benvenuto. Perché Cocullo, in quel giorno speciale, è un grande abbraccio che accoglie tutti: c’è chi arriva per onorare il santo e lo fa con fede autentica, ma c’è spazio anche per chi cerca un’esperienza spirituale diversa, legata alla natura, all’energia della terra, a tradizioni arcaiche che risuonano ancora nell’inconscio collettivo. Lo sciamanesimo, che dovette essere presente anche nelle nostre terre, parla la lingua non della dottrina, ma dell’intuizione, della connessione invisibile tra gli esseri viventi. E qui ha trovato spazio.

“Non siamo fatti per strisciare, ma per innalzarci”. La voce di Mons. Michele Fusco

Nel cuore della celebrazione, la parola di Mons. Michele Fusco, Vescovo di Sulmona-Valva, ha risuonato chiara e potente tra le vie di Cocullo, tra il popolo, i serpari, e lo sguardo silenzioso dei serpenti che avvolgevano la statua del Santo. “Siamo chiamati a fare cose grandi – ha eesordito – siamo chiamati a camminare verso l’eternità. Non a restare in basso, ma a puntare in alto, come dice il Vangelo”.

Il significato dei serpenti, così centrale nel rito, è stato interpretato alla luce del cammino spirituale: “I serpenti oggi saranno messi in alto – ha spiegato – perché noi possiamo guardare non in basso ma in alto, verso il Signore. Non siamo fatti per strisciare, ma per innalzarci verso il cielo”. È un’immagine forte, simbolica: il serpente, da animale temuto, diventa ponte tra terra e cielo, tra corpo e anima, tra superstizione e salvezza.

San Domenico, nella lettura del vescovo, non è soltanto un protettore miracoloso, ma un testimone concreto del Vangelo: “Ha creduto e ha seguito il Figlio di Dio. Ha fondato monasteri, ha predicato la Parola, ha annunciato l’eternità in questa terra aspra. E ancora oggi, ci invita a non vivere una vita mediocre, a non restare ancorati alle cose della terra”. Con forza, il vescovo ha ricordato che “il Signore ha messo in noi il seme dell’eternità”, e che anche la morte non è l’ultima parola: “Abbiamo celebrato la Pasqua, il passaggio dalla morte alla vita. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna”.

Richiamando l’esempio di Papa Francesco, “che proprio nel giorno dopo Pasqua è partito per il cielo, invitandoci a puntare in alto”, ha esortato i fedeli a vivere con più intensità il proprio tempo: “Non siamo fatti solo per la terra. Viviamo un tempo, ma poi siamo chiamati a un tempo che non finisce, un tempo eterno”.

 “Cosa porteremo a casa da Cocullo?”, ha chiesto infine ai fedeli. “Solo i serpenti? Solo le foto? Oppure anche il messaggio che siamo chiamati all’eternità?”. Il suo invito è stato forte e limpido: “Seguiamo il Signore. Lui ci porta verso la vita eterna, per sempre”.

La processione, il momento più emozionante

La scena è potente: la statua di San Domenico, protettore contro i morsi di cani e serpenti, esce dalla chiesa della Madonna delle Grazie avvolta da decine di rettili vivi, che si attorcigliano pacificamente attorno al bastone, alle braccia e al volto del santo. Li portano i serpari, contadini, giovani e appassionati del luogo, che da generazioni si tramandano l’arte e la pazienza della cattura e della cura dei serpenti, tutti rigorosamente non velenosi.

È il momento magico che tutti aspettano: solo a fatica si procede tra le ali della folla. Tra la folla, pellegrini e curiosi tengono in mano o portano addosso i rettili. Toccare quei serpenti, simbolo di una natura addomesticata, di un male reso inoffensivo, di una paura che si può vincere, è un’occasione unica nella vita e diventa per molti un atto di liberazione, una riconciliazione simbolica con le proprie angosce profonde.

La festa è pellegrinaggio, rito collettivo, esperienza intergenerazionale. Gli studenti universitari, i bambini delle scuole, gli anziani del paese, i curiosi, gli stranieri: tutti partecipano a una trasmissione culturale viva, in questo piccolo paese di cento anime, la cui comunità è riuscita a trasformare un culto antico in un patrimonio condiviso.

San Domenico è il mediatore per eccellenza, colui che insegna a vivere con le difficoltà, a non fuggire dalla natura, ma ad ascoltarla. In un’epoca di guerre, disastri ecologici e smarrimento collettivo, la sua figura parla ancora. E la festa di Cocullo – come scrisse il grande storico Alfonso Maria Di Nola – è una “finzione rituale” che diventa verità esistenziale: un simbolo potente di resilienza, di speranza, di comunità.

Scienza e fede: la tutela dei serpenti in un progetto senza precedenti

In occasione Festa dei Serpari a Cocullo la tutela e lo studio scientifico dei serpenti ha raggiunto risultati eccezionali grazie a un progetto di monitoraggio attivo da oltre 15 anni. Il progetto, autorizzato con deroga ministeriale, è stato voluto dal Comune di Cocullo e portato avanti da un’equipe interdisciplinare composta da erpetologi, veterinari e genetisti provenienti dalle università di Bari, Ferrara e altre sedi italiane, in collaborazione con i serpari locali.

Quest’anno sono stati censiti ben 215 serpenti, record assoluto, tra cui esemplari notevoli come una femmina di cervone lunga 1 metro e 96 centimetri e il serpente più piccolo mai documentato nella festa. Gli animali vengono sottoposti a controlli sanitari, prelievi ematici e analisi genetiche, contribuendo a studiarne la salute, il benessere e il ruolo ecologico.

L’obiettivo principale del progetto è trasformare la conoscenza tradizionale dei serpari in sapere scientifico, favorendo la conservazione delle specie e dei loro habitat naturali, cruciali anche per l’equilibrio degli ecosistemi condivisi con l’uomo.

I serpenti di Cocullo, invece di essere temuti, vengono protetti e celebrati, e la festa rappresenta un esempio virtuoso di Citizen Science, una sinergia tra cultura popolare, ricerca scientifica e sensibilizzazione ambientale rendendo Cocullo un laboratorio a cielo aperto.

Non c’è crudeltà: ogni animale viene monitorato, misurato, curato e poi – a festa finita – riportato nel proprio habitat, nei boschi e nei torrenti dove è stato trovato. A vigilare ci sono veterinari, erpetologi, e lo stesso Ministero dell’Ambiente, che ha riconosciuto la particolarità e la correttezza di un rituale che ha radici millenarie e che richiama studiosi da tutto il mondo.

“Addio San Domenico, noi siamo di partenza e dacci la licenza, la santa benedizione”

E proprio qui, nel cuore dell’Abruzzo interno – tra le case di pietra, le ciambelle metà dolci e metà salate, i volontari che si danno da fare, i sindaci e le autorità che lavorano per il rilancio di questi borghi – si gioca una delle scommesse più importanti dell’Italia del domani: non lasciare che le aree interne muoiano, ma trasformarle in luoghi di rinascita culturale, turistica e sociale.

Veniteci, almeno una volta nella vita. Non troverete solo un evento folklorico, ma una liturgia popolare del coraggio. E forse, guardando negli occhi un serpente avvolto attorno a un santo, riconoscerete qualcosa di voi stessi.



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