Da genitore, quando l’assenza diventa violenza
di Nemo | 01 Febbraio 2026 @ 05:35 | EDITORIALI
Scrivo da genitore, sì. Ma soprattutto da adulto che fatica a riconoscere il terreno su cui stiamo facendo crescere i ragazzi. Perché davanti a certe storie non arriva chiarezza. Arriva un rumore sordo, che resta.
Diciott’anni non sono un numero simbolico. Sono una soglia instabile. Ti senti pronto, ma non lo sei. Ti muovi già nel mondo degli adulti, però senza protezioni vere. Studi, lavori, dai una mano a casa. Vivi in un luogo che non ti ha visto nascere, ma che senti tuo. Vai avanti senza alzare la voce. Come fanno in tanti.
Poi c’è un altro ragazzo. Un coltello. E una frase che pesa più del gesto: “volevo solo dargli una lezione”.
È lì che il discorso si rompe.
Perché quella parola — lezione — racconta un’idea precisa: che il limite si imponga con la forza. Che qualcuno debba essere rimesso al suo posto. Che il rispetto non sia un patto, ma una conquista muscolare.
Io non riesco a partire da codici e decreti. Arrivo sempre prima. Prima del fatto. Prima della cronaca. Prima delle condanne.
E prima, quasi sempre, c’è un vuoto. Un vuoto che non nasce da disinteresse, ma da stanchezza. Da spaesamento. Dal fatto che il mondo corre e noi adulti abbiamo smesso di tenere il passo. Dire “no” oggi espone, crea attrito, mette in discussione anche chi lo pronuncia. Così arretriamo. Facciamo spazio. Speriamo che passi.
Ma i ragazzi quello spazio lo occupano. Sempre. E se è vuoto, lo riempiono con ciò che funziona: linguaggi duri, regole elementari, modelli rapidi. Non perché siano “cattivi”. Perché sono efficaci. Perché danno confini netti, anche se sbagliati.
La scuola è uno dei pochi luoghi dove tutto questo viene ancora a galla. Dove le tensioni non possono essere ignorate o scrollate via. Eppure continuiamo a chiederle di reggere da sola, come se il tempo non fosse cambiato. Come se bastasse resistere.
Non è una questione di provenienza, di quartieri, di etichette. Le lame non hanno passaporto. È una questione di assenza educativa. Di adulti che non riescono più a stare al proprio posto.
Anche il dibattito infinito sui telefoni a scuola parla di questo. Non di tecnologia, ma di contesto. Di limiti. Di attenzione come forma di rispetto. Dell’idea, sempre più fragile, che non tutto sia ammesso ovunque. Che stare con gli altri richieda presenza, non dispersione continua.
Non ho soluzioni pronte. Non so come si prevenga una tragedia.
So però che arrivare sempre dopo non serve. Che se vogliamo ragazzi capaci di fermarsi, qualcuno deve smettere di fare un passo indietro. Qualcuno deve restare. Anche quando è scomodo. Anche quando sbaglia.
Non per controllare. Per tenere il bordo.
Perché crescere senza argini può sembrare libertà.
Fino a quando qualcuno si fa male.


