Negozi in città, è allarme desertificazione commerciale

di Fausto D'Addario | 15 Marzo 2026 @ 06:30 | ATTUALITA'
43 sanzioni e una chiusura di attività nel fine settimana

Le città italiane stanno cambiando volto. Negli ultimi tredici anni oltre 156mila negozi e attività ambulanti sono scomparsi dai centri urbani, più di un quarto del totale. È il quadro che emerge dall’analisi “Città e demografia d’impresa” dell’Ufficio studi di Confcommercio, presentata il 12 marzo a Roma. In Abruzzo il calo colpisce soprattutto Teramo, mentre L’Aquila resiste di più ma cambia volto: meno negozi di vicinato, più ristorazione e turismo.

Il fenomeno, ormai definito “desertificazione commerciale”, non riguarda soltanto l’economia ma modifica profondamente la vita delle città: cambiano i servizi, la socialità e persino la sicurezza percepita dai cittadini. Secondo il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli, la situazione rappresenta ormai una vera emergenza urbana: «La desertificazione commerciale penalizza le aree urbane, con meno servizi e meno sicurezza. Serve un patto con i sindaci per rilanciare i centri storici».

Come stanno cambiando le città italiane

Il cambiamento è evidente soprattutto nei centri storici. Alcuni settori tradizionali stanno scomparendo: edicole: -52%, abbigliamento e calzature: -37%, mobili e ferramenta: -36%. Parallelamente crescono attività legate al turismo e alla ristorazione: ristoranti: +35%, gelaterie e pasticcerie: +14%, affitti brevi: +184%.

Il risultato è una trasformazione profonda della geografia urbana: meno negozi di prossimità e più servizi turistici, con il rischio di centri storici sempre più orientati ai visitatori e meno ai residenti. Tra le principali cause del fenomeno ci sono: la crescita dell’e-commerce, che tra il 2015 e il 2025 è passato da 31 a oltre 62 miliardi di euro (+98,4%); i cambiamenti demografici e nelle abitudini di consumo; la crescita del turismo urbano; l’aumento dei costi di gestione per i piccoli esercizi, che spesso non riescono a sostenere i costi degli affitti e della gestione. A compensare in parte il declino contribuiscono le imprese straniere, aumentate di 134mila unità tra il 2012 e il 2025 e responsabili di circa 194mila posti di lavoro.

L’Abruzzo, un declino più contenuto ma diffuso

Nel confronto nazionale l’Abruzzo mostra una tenuta maggiore rispetto a molte città del Nord, dove la perdita di negozi supera spesso il 30%. Tuttavia anche nei centri urbani della regione il fenomeno è evidente.

Guardando alla classifica dei 122 comuni capoluogo italiani, la situazione dei centri urbani abruzzesi mostra differenze significative. Teramo risulta la città più colpita della regione: si colloca al 32° posto della graduatoria nazionale con una diminuzione dei negozi pari al 29,3% tra il 2012 e il 2025. Più contenuto, ma comunque rilevante, il calo registrato a Chieti, che occupa l’85ª posizione con una riduzione del 23,5% delle attività commerciali.

La perdita di negozi è leggermente inferiore a Pescara, dove il capoluogo adriatico si colloca al 102° posto con un calo del 21,4%. Tra i capoluoghi abruzzesi, il dato migliore si registra a L’Aquila, che nella graduatoria dei 122 comuni si trova al 105° posto, con una diminuzione dei punti vendita pari al 19,7%.

L’Aquila, la situazione del commercio al dettaglio

L’analisi dei dati relativi al comune dell’Aquila consente di osservare l’evoluzione del commercio urbano negli ultimi anni, evidenziando dinamiche differenti tra centro storico e aree esterne al centro.

Nel 2012 nel territorio comunale erano presenti complessivamente 698 attività di commercio al dettaglio, di cui 177 nel centro storico e 521 nelle zone fuori dal centro storico. Nel corso degli anni il numero è progressivamente diminuito: nel 2019 le attività sono scese a 632, fino ad arrivare nel 2025 a 591 negozi complessivi. Nel periodo considerato la città ha quindi perso 107 attività commerciali, con una riduzione pari a circa il 15,3%.

Tuttavia la lettura dei dati cambia sensibilmente se si distingue tra le diverse aree urbane. Nel centro storico, infatti, il calo è stato molto più contenuto. I negozi erano 177 nel 2012, sono scesi a 154 nel 2019 – fase ancora segnata dalle difficoltà della ricostruzione – ma sono tornati a crescere negli anni successivi fino a 170 attività nel 2025. Rispetto al dato iniziale il saldo finale è dunque di sette negozi in meno, pari a una diminuzione di circa il 4%. Questo dato suggerisce come negli ultimi anni il cuore della città abbia registrato una parziale ripresa commerciale, favorita dalla progressiva riapertura degli spazi urbani e dal ritorno di residenti, studenti e attività di servizio.

La situazione appare invece più critica nelle aree fuori dal centro storico, dove si concentra la parte più consistente della desertificazione commerciale. Qui le attività erano 521 nel 2012, sono scese a 478 nel 2019 e hanno continuato a diminuire fino a 421 nel 2025. In termini assoluti significa 100 negozi in meno, con una contrazione pari a circa il 19,2%. Il fenomeno della chiusura delle attività commerciali appare quindi più marcato nei quartieri e nelle zone periferiche, dove il tessuto dei negozi di prossimità si è progressivamente assottigliato.

Osservando la distribuzione delle attività nel 2025 emerge inoltre la composizione del commercio locale. Fuori dal centro storico risultano particolarmente diffuse categorie come profumerie, fiorai e gioiellerie, con 89 attività, seguite dai negozi di abbigliamento e calzature (55), da mobili e ferramenta (49), dalle tabaccherie (37) e dai negozi di alimentari e bevande (35). Nel centro storico la presenza è più limitata ma ancora diversificata: si contano 20 attività alimentari, 14 tabaccherie, 14 negozi di abbigliamento e calzature e 11 attività tra mobili e ferramenta.

Particolarmente evidente è invece la crisi di alcune attività tradizionali, come le edicole, che nel 2025 risultano ormai ridotte a 6 nel centro storico e 12 nel resto della città, confermando una tendenza nazionale legata alla trasformazione dell’informazione e delle abitudini di consumo.

Parallelamente alla diminuzione del commercio al dettaglio si registra però la crescita delle attività legate alla ristorazione e all’ospitalità. Il settore di alberghi, bar e ristoranti passa infatti da 411 imprese nel 2012 a 455 nel 2025, con un incremento complessivo di circa il 10,7%. La crescita è particolarmente evidente nel centro storico, dove le attività aumentano da 108 a 130, segnando un incremento superiore al 20%. Fuori dal centro l’aumento è più contenuto ma comunque significativo: si passa da 303 attività nel 2012 a 325 nel 2025, pari a circa il 7,3% in più.

Alberghi, bar e ristoranti dentro e fuori le mura

Un’analisi del comparto alberghi, bar e ristoranti all’Aquila conferma con chiarezza come il settore della ristorazione e dell’ospitalità stia assumendo un peso crescente nell’economia urbana, anche qui con dinamiche differenti tra centro storico e aree fuori dal centro.

Nel complesso, le attività di questo settore passano da 411 nel 2012 a 455 nel 2025, con un incremento di circa il 10,7%. Tuttavia l’andamento non è uniforme: la crescita si concentra soprattutto nel centro storico, mentre nelle zone esterne si osserva un’evoluzione più articolata.

Nel centro storico le attività passano da 108 nel 2012 a 111 nel 2019 fino a 130 nel 2025, con un aumento complessivo di 22 imprese, pari a oltre il 20% in più rispetto alla situazione iniziale. Al contrario, fuori dal centro storico si registra prima una crescita e poi una lieve contrazione: le attività erano 303 nel 2012, salgono a 333 nel 2019, ma scendono a 325 nel 2025, rimanendo comunque 22 in più rispetto al 2012.

Entrando nel dettaglio delle singole categorie, emerge come il motore principale della crescita sia rappresentato dai ristoranti. Nel centro storico passano da 36 nel 2012 a 58 nel 2025, con un aumento molto significativo che riflette il ritorno della vita sociale nel cuore della città. Nelle aree fuori dal centro l’espansione è ancora più evidente: da 119 ristoranti nel 2012 si arriva a 150 nel 2019, per poi stabilizzarsi a 138 nel 2025, mantenendo comunque un saldo nettamente positivo.

Diversa la dinamica dei bar, che rappresentano una presenza storica nel tessuto urbano ma che negli ultimi anni mostrano una leggera contrazione. Nel centro storico scendono da 48 nel 2012 a 44 nel 2025, mentre fuori dal centro passano da 119 a 99, segno di una riduzione progressiva soprattutto nelle zone periferiche.

In crescita invece il comparto delle rosticcerie, gelaterie e pasticcerie, che evidenzia una maggiore vitalità legata alla ristorazione veloce e al consumo informale. Nel centro storico le attività passano da 12 nel 2012 a 15 nel 2025, mentre fuori dal centro aumentano da 29 a 46, mostrando un’espansione significativa soprattutto negli ultimi anni.

Particolarmente interessante è anche l’evoluzione delle strutture ricettive, che riflette l’aumento dell’attrattività turistica della città. Gli alberghi nel centro storico diminuiscono progressivamente da 8 nel 2012 a 2 nel 2025, mentre fuori dal centro passano da 17 a 12, segnando una riduzione complessiva dell’offerta alberghiera tradizionale. A crescere sono invece le altre forme di alloggio, come bed and breakfast e affittacamere: nel centro storico passano da 4 a 11 strutture, mentre fuori dal centro aumentano da 19 a 30, confermando il forte sviluppo dell’ospitalità extra-alberghiera.

Nel complesso i dati mostrano come all’Aquila non si stia verificando soltanto una riduzione del numero di negozi, ma piuttosto una trasformazione profonda della struttura economica della città. Da un lato il commercio tradizionale arretra, soprattutto nelle aree esterne al centro storico; dall’altro cresce il settore della ristorazione e dell’ospitalità, con una concentrazione sempre più evidente nel cuore della città. Il risultato è una progressiva ridefinizione del ruolo del centro storico e dei quartieri urbani, che riflette cambiamenti nei consumi, nel turismo e nella stessa vita quotidiana della comunità.

Il progetto Cities per salvare il commercio urbano

La desertificazione commerciale va oltre la questione economica. La presenza di negozi e attività di prossimità ha infatti un ruolo cruciale nel garantire vivibilità urbana, presenza di servizi per anziani e residenti, ma anche socialità nei quartieri e sicurezza. Quando le serrande si abbassano, il rischio è quello di avere quartieri dormitorio o centri storici turistici, ma privi di servizi quotidiani.

Per contrastare il fenomeno, Confcommercio ha lanciato il progetto Cities, anche in virtù della collaborazione con ANCI, proponendo ai sindaci alcune linee di intervento:

1. Riconoscere il ruolo civico delle imprese di prossimità
Le attività locali devono essere coinvolte formalmente nelle politiche urbane e nei Patti di cittadinanza, contribuendo alla cura degli spazi pubblici, alla sicurezza e alla qualità della vita nelle città.

2. Integrare sviluppo economico e pianificazione urbanistica
Serve una regia unica che integri pianificazione urbanistica e sviluppo economico, con una mappa delle aree commerciali di prossimità e una programmazione pluriennale degli interventi. 

3. Rafforzare gli strumenti di analisi e monitoraggio
Creare un osservatorio permanente sul tessuto economico cittadino per monitorare attività, flussi pedonali e dinamiche commerciali, così da orientare meglio gli investimenti pubblici.

4. Regolare l’offerta commerciale nelle aree sensibili
Le normative già esistenti consentono ai Comuni di intervenire sulla tipologia di attività nei centri storici o nelle zone a forte vocazione commerciale. Attraverso autorizzazioni o limitazioni per merceologie ritenute incongrue si può tutelare la qualità urbana, l’equilibrio commerciale e la vivibilità per i residenti.

5. Attivare politiche per il riuso dei locali sfitti
La gestione dei negozi vuoti può diventare una leva di rigenerazione urbana. Attraverso strumenti come i Distretti del commercio si possono promuovere censimenti degli spazi inutilizzati, progetti di valorizzazione delle vetrine vuote, accordi tra proprietari e imprenditori e iniziative temporanee (temporary store) per favorire il ritorno delle attività.

Secondo gli operatori del settore, senza politiche mirate il rischio è che nei prossimi anni la trasformazione delle città acceleri ulteriormente.La sfida dei prossimi anni sarà trovare un equilibrio tra sviluppo economico, vita dei residenti e identità dei centri storici.



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