L’Aquila, una città segnata da tre lettere e un nome
di Fausto D'Addario | 04 Gennaio 2026 @ 06:00 | RACCONTANDO
L’AQUILA – “Mi sapete dire cosa significano quelle lettere che si trovano su tanti portoni, sui muri delle case o sopra le chiese?”. Questa è la domanda che fanno diversi turisti quando girano per le strade del capoluogo abruzzese. In effetti se camminate per L’Aquila, capita di trovarle praticamente ovunque: IHS. Inizialmente potrebbe sembrare un dettaglio insignificante, ma a ben guardare, quelle tre lettere raccontano una storia che dura da secoli.
Proprio ieri 3 gennaio era il giorno della festa del Santissimo Nome di Gesù, e la città sembra quasi volerci ricordare qualcosa; scolpito nella pietra, inciso sulle maioliche, dorato nei soffitti, dipinto sulle tavole che accompagnavano la predicazione. E attenzione: non si tratta dei Gesuiti, ordine religioso che pur ebbe una grande influenza sulla vita spirituale e civile della città.
La massiccia diffusione del trigramma IHS testimonia il ruolo decisivo svolto da San Bernardino da Siena e dai suoi seguaci, primo fra tutti San Giovanni da Capestrano, francescani profondamente legati alla città.
San Bernardino, instancabile predicatore del Quattrocento, nonché protettore della città dell’Aquila, portava il Nome di Gesù nelle piazze, tra il frastuono dei mercati e le tensioni sociali del tempo. Per rendere visibile questo annuncio, Bernardino adottò – e in un certo senso “inventò” – un’immagine destinata a segnare la storia dell’arte e della devozione cristiana: il trigramma IHS inscritto in un sole raggiante. Dodici raggi, simbolo degli Apostoli e della Chiesa che irradia la luce di Cristo nel mondo; un campo azzurro, colore del cielo e della trascendenza. Più tardi la croce venne aggiunta per volontà di papa Martino V nel 1427, a protezione da possibili fraintendimenti idolatrici.
Ma IHS non è solo un acronimo latino; prima di tutto nasce come abbreviazione del nome greco di Gesù, formato dalle prime due lettere – iota ed eta – e dall’ultima: Ιης. Nel tempo, a questa origine filologica si sono affiancate letture spirituali: Iesus Hominum Salvator, Gesù Salvatore degli uomini; oppure l’eco del motto costantiniano In hoc signo (vinces). Ma al cuore resta sempre Lui: Gesù Cristo, Signore.
Giovanni da Capestrano e l’eredità aquilana
Alla morte di San Bernardino, fu Giovanni da Capestrano a raccoglierne l’eredità spirituale e a radicare ulteriormente il culto del Nome di Gesù a L’Aquila. A lui si deve la promozione della costruzione della basilica dedicata al santo senese, un vero scrigno simbolico. Già sulla facciata campeggia il trigramma, ma è all’interno che l’occhio resta rapito: sul magnifico soffitto ligneo intagliato e dorato da Ferdinando Mosca da Pescocostanzo (1723.27), su fondo azzurro, splende l’IHS bernardiniano, circondato da una corona di raggi in oro zecchino.
Un dettaglio sorprendente rende quell’immagine ancora più viva: sulle lettere erano incollati ceci di Navelli, per creare una superficie ruvida capace di rifrangere la luce e generare bagliori dorati. Un espediente umile e geniale, che trasforma un materiale povero in strumento di bellezza, quasi a ricordare che la luce di Cristo passa attraverso la concretezza della vita.
Dal Vangelo alla pietra
A L’Aquila il monogramma IHS ha assunto anche una funzione apotropaica: scacciare l’influenza maligna e invocare protezione e benedizione sulle case e su chi le abita. Un buon augurio per l’inizio del nuovo anno. San Bernardino stesso esortava i fedeli a tenerlo sulle porte, sugli usci, persino nelle camere. Non come amuleto, ma come memoria viva di una Presenza che salva.
Passeggiando per L’Aquila, può capitare di alzare distrattamente gli occhi e incrociare quelle tre lettere. Fermarsi un istante, lasciarsi interrogare. E allora tornano alla mente le parole del vecchio Simeone, colmo di stupore e pace: «I miei occhi hanno visto la tua salvezza». Forse è proprio questo che accade ancora, ogni volta che lo sguardo incontra l’IHS inciso nella pietra aquilana: per un attimo, anche noi vediamo la salvezza, e la città, silenziosamente, ce la indica.


