Martina aveva solo 14 anni
di Nemo | 01 Giugno 2025 @ 05:27 | EDITORIALI
Femminicidio Afragola, il dolore che ci riguarda
Quattordici anni. L’età delle promesse ingenue, dei braccialetti scambiati tra i banchi, dei messaggi in cui si scrive: “Ti amerò per sempre, anche quando sarò arrabbiata”. L’età in cui si gioca a essere grandi, senza sapere che c’è chi, da grande, può decidere che non giocherai più.
Martina Carbonaro è morta così. A mani nude. A colpi di pietra. Per mano di un ragazzo che avrebbe dovuto accompagnarla a scuola, non in un obitorio. Ma il punto non è solo lui. Il punto siamo noi. Che ci indigniamo solo quando una figlia viene ritrovata sotto un mucchio di rovine e parole mai dette.
Ogni volta che una ragazza viene uccisa, l’Italia si sveglia. Accende una candela, piange, proclama un minuto di silenzio. Poi tutto torna come prima. A scuola si tace sull’amore, in famiglia spesso si brancola e si improvvisa, e lo Stato risponde sempre dopo, quando ormai c’è solo da contare i morti.
Eppure, in quella fiaccolata ad Afragola, tra le facce commosse e le t-shirt con la foto di Martina, c’era qualcosa di diverso. C’erano studenti che dicevano basta. Che non vogliono più sentirsi dire “state attente”, ma “loro imparino a rispettare”.
Ci si interroga spesso sul perché tante adolescenti finiscano in relazioni tossiche. Perché non riescano a dire di no. La verità è che non abbiamo mai insegnato loro a farlo. E peggio ancora, non abbiamo insegnato ai ragazzi ad accettarlo. L’educazione emotiva in Italia è un’illusione da convegno. “Non sanno cosa sia l’amore”, dice la psicoterapeuta Ciaravolo. Ma sanno cos’è il possesso. Sanno cos’è la gelosia. E da quelle parti, troppo spesso, si chiama ancora “amore”.
Al Sud, racconta sempre Ciaravolo, l’amore viene romanticizzato fino all’eccesso. Si cresce guardando modelli in cui l’uomo comanda e la donna sopporta. A tre anni già lucidano pentole sui social, a dodici giurano amore eterno a ragazzi che non distinguono il cuore dalla rabbia. Il resto è cronaca. Di quella che non dovrebbe esistere.
Martina era “una brava ragazza”. Lo dicono tutti. E allora viene da chiedersi: che razza di ragazzo era quello che l’ha uccisa? Anche lui, si dirà, era uno “normale”. Un muratore di 18 anni, che andava in giro in motorino e piangeva insieme alla famiglia della ragazza che aveva appena sepolto sotto i calcinacci.
Questa è la cosa più inquietante. Non ci sono mostri nei boschi. Non servono profili psicologici da serial killer. Il male è normale. Abita le stesse case, gioca a calcetto, manda cuori su WhatsApp. E quando colpisce, ci sorprende. Perché non vogliamo vedere i segnali. Perché ci fa paura ammettere che il pericolo non è l’estraneo, ma quello che abbraccia nostra figlia nel selfie.
Non serve una legge in più, serve una cultura diversa. Serve iniziare dalle scuole, sì. Ma serve anche iniziare dal pranzo della domenica, dal gruppo WhatsApp dei genitori, dai professori che notano un atteggiamento possessivo e lo ignorano. Serve che le famiglie smettano di pensare che “è solo geloso”, che le madri capiscano che un figlio non è immune dal diventare carnefice solo perché ha ricevuto affetto.
E serve, soprattutto, smettere di aspettare la prossima Martina. Perché verrà, se continuiamo così. Verrà con un altro nome, un’altra età, un altro fidanzato che sembrava “un bravo ragazzo”.
Se continuiamo a dire “era una brava ragazza”, è già troppo tardi.
Martina non è morta perché era uscita una sera. Martina è morta perché non abbiamo saputo proteggerla da un’idea malata di amore che circola ovunque, sotto forma di canzoni, meme, “storie romantiche” dove lui la insegue anche quando lei dice no.
Chi ama non uccide. Ma prima ancora, chi cresce in un mondo sano non impara a uccidere.
Martina aveva solo 14 anni. E nessuna ragazza di 14 anni dovrebbe finire in prima pagina per questo.


