Santa Caterina da Siena: il monastero nascosto nel cuore dell’Aquila

di Nemo | 10 Novembre 2025 @ 05:17 | RACCONTANDO
Santa Caterina da Siena

Un tesoro invisibile tra le pietre di via Sassa

Nel quarto di San Pietro, lungo l’asse di via Sassa, si nasconde uno dei segreti architettonici più affascinanti dell’Aquila: il complesso di Santa Caterina da Siena. A differenza delle chiese che punteggiano il centro storico con le loro facciate maestose, questo edificio sacro gioca a rimpiattino con i passanti. Lo tradisce solo un possente contrafforte e un portoncino ogivale murato, mentre l’ingresso vero passa attraverso l’androne di Palazzo Bucciarelli Vivio, una delle residenze più articolate e suggestive della città.

È questa compenetrazione tra architettura civile e religiosa a rendere Santa Caterina un caso unico: un monastero letteralmente inglobato in un palazzo, una spina dorsale sacra dentro un corpo edilizio laico. Chi varca la soglia scopre un’aula rettangolare che converge verso una cellula quadrata cupolata, scandita da eleganti paraste corinzie: l’impronta della ricostruzione settecentesca che seguì il devastante terremoto del 1703.

Le radici del complesso affondano nel Quattrocento, quando già esisteva una struttura con facciata porticata di cui restano tracce. Ma è nel 1555 che le fonti documentano con certezza la presenza di una comunità di monache domenicane, segno di una stabilità acquisita nel tessuto religioso aquilano.

La svolta arriva alla fine del Cinquecento per volontà di Giulio Vivio, giurista aquilano che il 27 luglio 1598 fonda il convitto femminile di Santa Maria della Pietà. L’iniziativa nasce riutilizzando gli ambienti della sua dimora, adiacenti al monastero domenicano: due funzioni distinte – clausura monastica e assistenza alle orfane – che iniziano a coesistere nello stesso isolato, saldando carità e vita regolare.

Nel 1605 l’istituzione accoglie una decina di giovani donne appartenenti a famiglie eminenti della città, guidate dai Padri domenicani. Tre anni dopo, il 5 marzo 1608, un atto formale acquista e unisce la chiesa al convitto; nel 1627 viene completato il portale d’accesso. L’aula originaria era rettangolare con copertura piana, verosimilmente a cassettoni lignei, secondo i modelli aquilani del periodo.

Il terremoto che cambiò tutto

Il 2 febbraio 1703 un sisma devastante sconvolge l’Aquila. Anche Santa Caterina subisce danni gravi, ma viene rapidamente restaurata secondo un inedito impianto barocco, completato in più fasi nella seconda metà del Settecento. Le tracce di questa ricostruzione sono ancora leggibili nei paramenti murari: il complesso è diventato un manuale a cielo aperto delle tecniche antisismiche aquilane, dal Settecento al Novecento.

In parallelo, le monache acquisiscono dal complesso di San Filippo un sito vicino a San Giuseppe Artigiano, dove Ferdinando Fuga progetta la nuova chiesa di Santa Caterina Martire (1747-1752), un episodio distinto ma connesso alla presenza domenicana femminile nel quartiere, rivelatore del cambio di gusto e di scala urbana dopo il sisma.

Dalla clausura all’archivio comunale

Con la soppressione degli ordini religiosi nel XIX secolo, il monastero e la chiesa passano al Comune che li destina ad Archivio cittadino. È l’esito delle leggi eversive sull’asse ecclesiastico, che segna per il complesso una lunga fase laica. Tra primo e secondo Novecento, la zona vede interventi urbanistici e cambi d’uso: l’impatto della moderna via Sallustio, gli adattamenti funzionali imposti dalla città in crescita. Nel tempo, l’abbandono parziale e il disinteresse manutentivo aggravano lo stato della chiesa.

Il 6 aprile 2009 un nuovo terremoto colpisce l’Aquila con devastante violenza: centinaia di vittime, tutte le chiese cittadine inagibili. Anche Santa Caterina riporta danni significativi, pur meno critici rispetto ad altri edifici, e viene inserita tra i cantieri strategici della ricostruzione pubblica.

Nel novembre 2020 partono i lavori di restauro e consolidamento. Nel maggio 2021 la Giunta comunale approva il progetto definitivo: un quadro economico di circa 10 milioni di euro, con 7,3 milioni da delibera CIPE 44/2011.

Durante le indagini preventive, il cantiere ha riservato scoperte inattese. Gli operatori hanno individuato ambienti interrati antecedenti il 1700: una scaletta scende verso una porta collocata al di sotto dell’attuale quota stradale, suggerendo che in età medievale il livello di via Sassa fosse più basso, in linea con il porticato della Beata Antonia visibile su via Sallustio.

Gli esperti parlano di tracce di vani che potrebbero essere state antiche cantine, dismesse dopo il Settecento e riempite di calcinacci. Il rialzo secolare della quota stradale avrebbe così sepolto ambienti di servizio, la cui esistenza si accorda con la memoria della facciata porticata documentata per l’assetto originario del complesso. Tutte le scoperte vengono documentate graficamente e fotograficamente, trasformando la ricostruzione post-sisma in un’occasione di ricerca e conoscenza.

Un palazzo che abbraccia un monastero

La chiave di lettura urbanistica più istruttiva è proprio la compenetrazione tra edificio sacro e Palazzo Bucciarelli Vivio. Il palazzo, con nucleo romanico di casa-torre e successive addizioni tra XV e XVIII secolo, ingloba la chiesa e parte del chiostro, offrendo un caso raro di coabitazione architettonica. L’assetto che ne deriva riassume la sequenza funzionale della zona: dalla domus dei Vivio al convitto per orfane, dalla trasformazione in archivio agli usi scolastici e d’ufficio del Novecento.

L’invisibilità della chiesa su strada non è casuale: l’edificio è assorbito nel palazzo e si riconosce solo sul retro-fronte, dove il contrafforte denuncia le azioni sismiche e gli interventi di irrobustimento. Il portoncino tamponato è il residuo di una logica d’accesso controllata che rimanda, con coerenza, alla clausura delle monache.

La progettualità recente immagina per Santa Caterina una destinazione culturale: formazione, promozione e fruizione dell’offerta cittadina in spazi ampi e centrali. L’amministrazione comunale – con il sindaco Pierluigi Biondi e l’assessore Raffaele Daniele – punta a un bene riequilibrato strutturalmente e aperto a soggetti culturali del territorio, una volta completato il restauro.

L’interno si organizza ancora oggi secondo l’impianto settecentesco: un’aula rettangolare parallela alla strada converge su una cellula quadrata con cupola, scandita dalla ritmica delle paraste corinzie. Un linguaggio sobrio che parla di riparazione più che di invenzione, dove il barocco si misura con una preesistenza modulare senza cancellarla.

Santa Caterina da Siena non è un semplice edificio religioso nascosto in un isolato storico: è un organismo vivente che ha assorbito le trasformazioni della città e ne ha restituito la memoria. Dal portico quattrocentesco al barocco di ricostruzione, dalla carità codificata da Giulio Vivio all’uso civile post-soppressione, fino all’odierna rifunzionalizzazione culturale, ogni stratificazione racconta un capitolo della storia aquilana.



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