Spazio: ultima frontiera
di Alessio Ludovici | 03 Aprile 2026 @ 17:19 | TECNOLOGIA E INNOVAZIONE
L’AQUILA – “Spazio: ultima frontiera. Questi sono i viaggi dell’astronave Enterprise…”.
Alle 1:43 del 3 aprile, quattro esseri umani hanno lasciato l’orbita terrestre. Non accadeva dal 1972, da Apollo 17.
Per più di mezzo secolo siamo rimasti lì, a girare intorno alla Terra. Orbite basse, stazioni, missioni sempre più controllate. Per ora non scenderanno. Per quello bisognerà aspettare la missione Artemis 4.
Artemis, il nome di queste missioni non è casuale. Nella mitologia greca Artemide è la sorella di Apollo. Apollo era il dio del sole, pare che fu un tecnico della Nasa a suggerire il nome immaginando un carro che attraversava le stelle. Artemide, invece, era la dea che vegliava sulla Luna.
Quello di Artemis 2 non sarà il primo equipaggio a raggiungere il nostro satellite, ma vanterà comunque un piccolo record, per una questione di traiettorie saranno gli esseri umani più lontani dalla Terra.
Ma la missione è storica anche per un altro motivo. Con il programma Artemis, che ora entra nel vivo davvero, non si tornerà solo sulla Luna, ma si tornerà per restare, per costruire una presenza, una base, qualcosa che serva per andare oltre.
È qui che riappare una parola che negli anni Sessanta circolava spesso nelle cronache e che serviva a dare un senso a imprese con costi e rischi incalcolabili: faustiani. Cioè quell’idea che l’uomo non si accontenti mai, che ogni traguardo diventi subito un punto di partenza. Come il Faust di Goethe, disposto a tutto pur di conoscere, di spingersi più in là. E durante quelle missioni ci si chiedeva se quell’ansia di andare oltre, verso gli spazi infiniti, a rischio della vita, fosse progresso o piuttosto una forma di superbia.
E intanto il mondo guardava. Gente in piedi nei bar, famiglie raccolte davanti a un televisore, piazze improvvisate. Grandi e piccoli, ricchi e poveri, a ogni latitudine, persino in Unione Sovietica. Non era solo una missione americana. Era qualcosa che si seguiva anche senza capirlo fino in fondo ma che forse era già nelle parole del primo uomo nello spazio.
“Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini”, disse Jurij Gagarin il 12 aprile 1961. Guardata da fuori, la Terra smetteva di essere divisa.
Che poi guardare la luna è sempre stata un’attività umana. Molto prima di tutto questo, il satellite era già lì. E noi già la guardavamo.
È stata probabilmente il primo strumento con cui abbiamo misurato il tempo. Un mese erano i giorni tra due lune nuove. La Luna cresceva, si spezzava, spariva, tornava. Un ciclo regolare, che ci ha permesso di inventare questa strana cosa, il tempo appunto. È così che abbiamo iniziato a dare un ordine ai giorni, con i primi calendari lunari.
Tanto era importante, la Luna, che le prime civiltà non la consideravano un oggetto. Più spesso era una dea, come Selene, o una divinità legata al sapere e ai ritmi del mondo, come Thoth. Lontana, potente, ma non faceva paura. Lo sguardo cambiò nel Medioevo. Tempi difficili e insicuri. E così la Luna diventa un simbolo altro, diabolico in qualche modo. È lì che nascono i lunatici, i lupi mannari, l’idea che la notte sia un tempo diverso, in cui l’uomo può perdere il controllo.
Non era cambiata la Luna, ma solo chi la guardava.
Con la scienza, di nuovo, cambia tutto. Galileo Galilei la osserva e scopre che non è perfetta. Non è una sfera liscia, ma una superficie fatta di crateri e ombre.
Da lì al fatto di andarci sopra non è immediato, ma accade qualche secolo dopo. Nel 1969 Neil Armstrong ci è sceso evitando un atterraggio sbagliato, guidando a vista, con il carburante che finiva. L’esploratore per antonomasia insomma.
E poi è arrivato lo stop. Per cinquant’anni. Non perché non fossimo più capaci, ma più che altro perché non ne valeva la pena. Andare costava troppo e si correvano troppi rischi. E in fondo, semplicemente, non c’era più un motivo abbastanza forte una volta finita quella corsa allo spazio che caratterizzò il dopoguerra dopo lo shock, occidentale, della Sojuz sovietica.
Adesso si riparte, forse con meno folla davanti ai televisori, ma di nuovo con quella sensazione che stia accadendo qualcosa che riguarda tutti. Uno degli astronauti, corsi e ricorsi storici, ha detto: “Da qui siamo un unico popolo, non ci sono differenze”. Al di là dei meriti scientifici della missione, è quello che avevamo bisogno di sentire, soprattutto in questi anni complessi.
Alle 1:43 del 3 aprile, qualcuno ha riaperto un orizzonte. Di nuovo in viaggio, vagabondi delle stelle.


