San Matteo dei Crociferi. Alle soglie della città, il convento dei proietti
di Nemo | 04 Agosto 2025 @ 05:30 | RACCONTANDO
Chi esce da Porta Bazzano non può non notarlo. Un edificio imponente, silenzioso, restaurato con cura. È l’ultimo volto del complesso di San Matteo dei Crociferi, un tempo ospedale, monastero e chiesa, oggi memoria tangibile di una L’Aquila che accoglieva chi restava fuori. Letteralmente.
Sorto forse contestualmente alla nascita della città, il complesso era già attivo nel 1303, quando riceveva lasciti testamentari. La sua vocazione era semplice, ma essenziale: offrire riparo a chi arrivava tardi. I Crociferi ospitavano i pellegrini giunti a porte chiuse, col sole ormai calato.
Ma ben presto, quell’ospedale divenne ospizio per proietti: così si chiamavano allora, senza infamia né compassione eccessiva, i bambini abbandonati. Bastardi. Anima fragile di una città che non sempre sapeva tenere il passo con la propria umanità.


Il terremoto e la piccola comunità
Il 1461 fu l’anno del dolore. Tre bambini proietti, insieme allo spedaliere, a sua moglie e al loro figlio, morirono sotto le macerie. Una tragedia che dice tutto: della fragilità di chi vive ai margini, della dedizione di chi accoglieva, della brutalità della natura.
Il convento venne chiuso nel 1653, quando Papa Innocenzo X decretò la soppressione di tutte le comunità religiose con meno di sei membri. Era la fine di una presenza discreta ma essenziale, schiacciata da numeri e decreti, non certo da mancanza di senso.
Eppure, S. Matteo non fu mai del tutto un luogo minore. La sua chiesa custodiva reliquie a dir poco straordinarie: cinque dita e un frammento di gamba di San Matteo, una scheggia della croce di Cristo, persino un pezzo della corona di spine. E ancora: una mascella con quattro molari di Santa Barbara. Uno di quei denti lo desiderava nientemeno che Margherita d’Austria, che intendeva donarlo al duca di Mantova. Ma, si racconta, nessuno riuscì a strapparlo alla sua sede.
Un paradosso: le chiese più blasonate invidiavano S. Matteo per quelle reliquie. La competizione ecclesiastica non risparmiava nessuno.
Tra le cronache più singolari, quella di Antonio di Placido, ucciso proprio dentro la chiesa. Nemmeno il sacro lo protesse. Ma pochi decenni dopo, un condannato riuscì a trovare asilo nel medesimo luogo, grazie a un gruppo di amici e alla complicità di una prostituta che, a lieto fine, diventò sua moglie. Un racconto tra cronaca e leggenda, dove la chiesa non è solo altare e messa, ma teatro di fughe e amori clandestini.
Ogni 4 settembre, S. Matteo si animava con una piccola fiera, detta il Perdonetto, eco minore della più nota Perdonanza di Collemaggio. Una festa residuale, forse, ma carica di affetto popolare.
Il terremoto del 1703 distrusse chiesa e convento. L’ospedale resistette, trasformandosi presto in sede delle gabelle. Nel 1778, un nuovo restauro trasformò tutto in palazzo d’abitazioni. Più grande, più borghese, meno spirituale. La metamorfosi di un’istituzione in pietra viva.
La pianta del Franchi del 1752 ci mostra ancora il corpo originario, allineato alla strada, col monastero segnato come “diruto”. Restano poche tracce dell’architettura antica, soprattutto sul fronte meridionale. Ma chi guarda bene, sa vederle ancora.
La storia di S. Matteo dei Crociferi racconta una città che sa accogliere anche nei suoi margini. Dove i bastardi hanno un letto, dove i denti dei santi fanno gola ai potenti, dove l’ultima possibilità può diventare rifugio e salvezza. Una città viva, sfaccettata, che non si legge solo nei palazzi nobiliari, ma anche nelle pieghe della sua monastica periferia.

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