La febbre del sabato sera
di Michela Santoro | 17 Marzo 2025 @ 12:20 | RACCONTANDO
L’AQUILA – È una febbre bastarda, che spesso sfocia in violenza. È la febbre dei giovanissimi, figli di oggi. Giovani che se gli chiedi che cos’è un ideale, non sanno neanche risponderti. Ti ridono in faccia, sicuro.
Perché si sono presi a botte? Esiste un motivo vero, non dico giustificabile né condivisibile ma, quanto meno, comprensibile, per il quale degli adolescenti finiscono le serate in violenza? No, non esiste, mi rispondo da sola. Perché dare una risposta alla violenza, significa rivestirla di liceità.
“E ma quello ha guardato la mia ragazza”, “Sì ma io avevo bevuto” o “Mica è colpa mia se quello è scemo”. Queste sono le risposte.
Provo a immaginare la scena. Li vedo camminare in mezzo alla strada, li sento parlare ad alta voce, o meglio esprimere concetti basici e pure confusi che spezzano il silenzio dovuto alla notte. Qualcosa va storto, non si capiscono. Fino al minuto prima, erano persino amici. Poi le botte. “Dai, ci stavano”.
Io non c’ero in via Cascina, sabato notte, quando se le sono date, lasciando le tracce sui muri dei palazzi.
Da via Cascina sono scappata sette anni fa, per le stesse identiche situazioni di oggi. A far traboccare il vaso, nel 2018, la performance di tre ragazze che sono venute sotto a casa mia, si sono calate gli slip, e hanno fatto la pipì sotto il mio balcone, in mezzo alla strada. E quando ho detto loro di aggrapparsi a uno scampolo di dignità, di andarlo a cercare che certamente l’avrebbero trovato, mi hanno serenamente mandata all’altro paese, ridendo sguaiatamente e intimandomi di stare zitta.
L’episodio di sabato scorso, uno dei tanti, mi è stato raccontato da un residente. Io li chiamo i resistenti, quelli che vivono in centro storico: i resistenti del centro storico.
Un centro storico che sta vomitando tutte le criticità di una modalità di intervento senza una visione, deturpato dall’incuria, abbandonato (obtorto collo) dai commercianti, vituperato dagli incivili, negato alle famiglie e ai bambini. Perché non sono i venerdì delle famiglie a rivitalizzare i centri storici. Quelle sono visite mordi e fuggi. Come andare al cinema o al teatro. Le famiglie e i bambini, in centro, ce li riporti con le scuole.
E magari, visto che le case sono per la maggior parte vuote, se tornassero le famiglie, tornerebbe anche un minimo di normalità.
Sulla soglia dei 16 anni da quel tragico spartiacque, il centro dell’Aquila è rimasto un palcoscenico. Il sipario si alza al mattino e la sera si abbassa. E chi ha il coraggio di viverci, subisce ogni giorno gli schiaffi del menefreghismo, di quelli che negano l’evidenza, di quelli che dicono che sei un rosicone, che L’Aquila non è mai stata così bella.
Sarà pure bella, lo è, indubbiamente. Ma bella e invivibile.


