Si vota quando si ha una vita, non per averne una

di Alessio Ludovici | 13 Novembre 2025 @ 07:50 | POLITICA
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L’AQUILA – L’astensionismo elettorale, ha sostanzialmente spiegato ieri il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, “riguarda gli spazi che producono esclusione sociale, i luoghi del degrado e dell’illegalità, l’abbandono di aree dismesse, la desertificazione di territori un tempo abitati e presidati. Siamo davanti a forme inedite di disagio e a nuove povertà, e anche a domande più esigenti, che non possiamo trascurare o mettere tra parentesi”.

Lo ha detto intervenendo alla 42ª Assemblea dell’Anci, e va ringraziato perché finalmente ha restituito l’astensione alla sua dimensione sociale, prima ancora che istituzionale. Ha indicato la frattura profonda che separa chi vive ancora dentro la cittadinanza e chi ne è scivolato ai margini. Una frattura fatta di luoghi, condizioni materiali, solitudini, desertificazione urbana e demografica. Una frattura che precede il voto, e che il voto semplicemente non può sanare.

A breve però si voterà in Veneto, Campania e Puglia. Negli ultimi mesi si è votato in Toscana, Marche, Calabria; prima ancora in Abruzzo, Liguria e Sardegna. Il lunedì successivo, come ogni tornata precedente, riproporrà lo stesso rito stanco: la sorpresa per l’astensione, il rituale del “campanello d’allarme”, la preoccupazioni di politici e analisti. Ma la sorpresa è sempre più una posa, mentre chi osserva i dati con un minimo di onestà sa che l’astensione non è un fenomeno elettorale, ma la cartina di tornasole di società che si stanno frantumando lungo linee invisibili.

I dati recenti, le ricerche sociali, parlano chiaro. L’affluenza crolla sempre negli stessi luoghi, tra le stesse persone, con la stessa dinamica. Sono i quartieri più fragili, le periferie dove la mobilità è altissima e la coesione minima; sono le città spaccate tra centri gentrificati e aree popolari senza servizi; sono le fasce sociali dove la precarietà non è un incidente del percorso, ma un habitat permanente. Non votano non perché disinteressati, ma perché disinnescati.

Questo la ricerca internazionale lo mostra da vent’anni: dagli Stati Uniti ai Paesi nordici, passando per Francia, Regno Unito, Germania. Lì dove ci sono esclusione, insicurezza abitativa, bassi titoli di studio, carenza di servizi, solitudine sociale, frustrazioni, lì c’è anche la più alta probabilità di non votare. 

In Italia questa dinamica è ancora più evidente perché il voto locale, quello più “prossimo”, registra sempre i livelli più alti di partecipazione. Le comunali mobilitano chi ha ancora un rapporto col territorio, anche minimo. Le regionali, pur occupandosi di sanità, trasporti e servizi essenziali, restano istituzioni percepite come “lontane”: concrete ma distanti. Qui vota chi ha ancora abbastanza radicamento per percepire un legame, un interesse, una relazione, una possibilità di tutela.

Anche a dispetto delle narrazioni su presunti voti di “protesta”, rivolte contro le “elite”, la realtà mostra chiaramente che sono i penultimi, non gli ultimi, a votare. Sono i penultimi a votare chi promette protezione, punizione, ribaltamento, sicurezza, riscatto o redistribuzione: chi, insomma, offre un qualche margine di sopravvivenza sociale.
Sono le persone che hanno ancora una scala sociale davanti agli occhi, anche se traballante, quelli che vedono un gradino sopra e temono quello sotto. In quella scala vivono, con fatica, e per questo la politica può ancora intercettarli.

Gli ultimi no.
Gli ultimi la scala non la vedono proprio. E per salire una scala bisogna almeno vedere il primo piolo, sentirlo raggiungibile. Ma chi vive nella precarietà radicale, nella disoccupazione cronica, nell’instabilità abitativa, nella solitudine strutturale, non vede pioli ma un muro invalicabile.
Per votare, insomma, e tolte le classiche eccezioni, bisogna sentirsi qualcuno, avere un sé da portarsi in cabina cabina elettorale. Quando non si ha più un posto nel mondo, non si trova nemmeno un posto dentro la democrazia.

Ecco perché è grottesco che la politica continui a ripetere “torneremo tra la gente” come se quella gente fosse ancora nei luoghi di un tempo. Non è più lì. Non è nelle piazze, nelle sezioni, nelle case del popolo, nei mercati di quartiere, nei bar di comunità. Non è nei luoghi dell’associazionismo o del lavoro stabile. È molto dispersa, intermittente e sfibrata.

I politici non possono intercettarla perché non hanno mai abitato la sua condizione. Chi governa e chi commenta vive in mondi dove i problemi si possono ancora affrontare, gestire, negoziare; vivono in economie con margini, in reti che sostengono e vite che non si sfaldano per un imprevisto. La povertà, non quella dei senzatetto, ma quella dei 20 euro sul conto corrente, quella che costringe ogni giorno a chiedersi se si potrà pagare la spesa, l’affitto, il telefono, è un’esperienza che non si osserva dall’esterno. Si patisce. Chi non l’ha mai patita non può proprio comprenderne la logica profonda.

Per questo il richiamo di Mattarella – così lucido, così civile, e immaginiamo così raramente ascoltato – dovrebbe essere il vero punto di partenza della discussione pubblica: le nuove povertà, le nuove solitudini, i territori desertificati, non sono solo un problema sociale. Sono un problema democratico.
La democrazia non muore quando cala l’affluenza. Muore molto prima lungo la strada per arrivare al seggio: quando cresce la distanza tra la vita delle persone e la possibilità di influenza sulla propria vita.

Dunque, prima di dare la colpa all’ “apatia”, prima di parlare di “dovere civico”, prima di rimproverare chi non vota, bisognerebbe avere la decenza di riconoscere che si vota quando si ha una vita. Quando la vita è un insieme di precarietà, di costrizioni, di assenze, il voto è un lusso simbolico che molti non si possono più permettere o semplicemente non ha senso.
E finché la politica non inizierà davvero a intervenire sugli spazi che producono esclusione, quelli che il Presidente ha indicato con precisione chirurgica, continueremo a ripetere lo stesso rituale vuoto, ogni anno più ipocrita.

Non si trattava di riportare la gente al voto. Si trattava, prima, di restituirle una vita



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