A piazza d’Armi il cricket è un modo per incontrarsi e sentirsi a casa

di Alessio Ludovici | 07 Maggio 2024 @ 06:00 | SPORT

L’AQUILA – Se ci si trova nei pressi di piazza d’Armi di lunedì pomeriggio è facile, da qualche anno, incontrare i ragazzi del Bangladesh giocare a cricket. Ne parlò anni fa Angelo De Nicola sul Messaggero, dieci anni dopo la tradizione rimane.

Il lunedì non è un giorno casuale. Per tutti loro è il giorno di riposo settimanale dal lavoro. Sono una ventina e sono tutti occupati, ci raccontano, nel mondo della ristorazione che di lunedì sta chiuso. In Italia li chiamiamo migranti economici in modo dispregiativo e ipocrita, quasi fossero esseri umani di serie B o di troppo. Durante la settimana c’è chi cuoce arrosticini per i turisti, chi hamburger per gli aquilani: vacci a capire qualcosa, è la globalizzazione bellezza.

Neanche arrivo al campo che mi chiedono se so cosa stanno facendo, i bengalesi sono estremamente simpatici. “E’ il cricket”, e fin qui tutto ok. Per noi il cricket forse assomiglia al baseball, o forse a ju zirè chi lo sa.

Il cricket è uno di quegli sport che gli inglesi hanno inventato ed esportato come simulacro della propria potenza imperiale, salvo poi prendercele di santa ragione in ogni parte del globo. E’ successo anche con il calcio. Ce lo portarono gli inglesi, ricordate i Football and Cricket club? Agli italiani il calcio piacque assai, il cricket evidentemente meno ma un secondo tentativo ci sta. Persino il regime fascista, che di inglesi proprio non ne voleva sapere, dovette arrendersi all’evidenza e superare le iniziali freddezze.

Nel frattempo, con milioni di italiani – migranti economici – stipati nei transatlantici in partenza da Napoli o da Genova, il calcio sbarcava nelle Americhe, ma senza inglesi.

Prima dell’invenzione del calcio i nostri migranti oltreoceano giocavano a bocce e al pallone col bracciale. Le cose cambiarono subito e tanti pezzi di storia del calcio saranno legati ai migranti italiani. Nelle Americhe del sud basta pensare al Palmeiras, la Palestra Italia fondata dai nostri connazionali in Brasile. Italianissimi anche i due club argentini del Barrio della Boca, River e Boca. Gli esempi potrebbero continuare all’infinito.

Andò meno bene agli italiani nel Nord America. Nei borroughs di New York, a Saint Louis o nelle grandi città fabbriche dove vivevano, gli italiani valevano meno di un penny e anche meno di un afroamericano e gli americani di calcio non ne volevano sapere. Aggiungiamo che le energie, gli spazi e il tempo per giocare a calcio erano quello che erano. Non ne volevano sapere perché le ambizioni imperiali imponevano degli sport più sicuri in cui primeggiare (mi sembra di averla già sentita), così ne inventarono qualche dozzina per andare sul sicuro.

Per gli italiani le cose miglioreranno solo nel dopoguerra. Per far fronte alle proteste contro la segregazione razziale dei neri, gli italiani furono improvvisamente riconosciuti come bianchi, talmente bianchi che i figli di quella migrazione ormai giocavano al football americano che, per l’appunto, si gioca solo negli Usa e chi vince la Nfl è proclamato campione del mondo. (p.s. siccome la storia si ripete sempre, è successo che i cubani sono particolarmente bravi nel baseball, gli slavi nel basket e i nordici nell’hockey).

Per le comunità migranti lo sport è da sempre una via di integrazione ma anche di mantenimento della propria cultura. Lo si percepisce chiaramente anche tra gli amici del Bangladesh. A provare a spiegarmi le regole è un ragazzo, l’entusiasmo con cui lo fa è esattamente l’esempio della voglia di integrarsi ma anche di non perdere il legame con la propria cultura: “è la prima volta che gioco” mi fa. “Cioè sei venuto dal Bangladesh per scoprire il cricket?” chiedo da perfetta spalla comica. “No no, è la prima volta che vengo a giocare qui”, ah ecco.

Le regole sono semplici (No, non è vero). Il match è molto amichevole e quindi mi spiegano volentieri i rudimenti. Ho capito che si gioca 11 contro 11. C’è una squadra che lancia una palla e difende il campo, e una che batte con una mazza. Sei turni di battuta e poi si cambia. Se la palla colpita dal battitore oltrepassa una qualche linea si assegnano dei punti: “se la palla va sopra sono sei punti” mi fa un ragazzo alzando il braccio, “se va sotto, quattro punti”.

Quanto sopra sia il sopra e quanto sotto sia il sotto non l’ho capito, forse è a discrezione, un po’ come la traversa della tedesca. La palla, raccolta dai ricevitori, viene quindi lanciata verso un pezzo di legno al centro del campo, che in questo caso è una cassetta della frutta. Non mi chiedete perché, ma è un momento di particolare concitazione del gioco in cui tutti corrono ovunque.

Qualche curioso, a passeggio per piazza d’Armi, si ferma a guardare. “Di solito si gioca su un prato” mi spiega un altro ragazzo.

E vagli a spiegare che qui un prato doveva pure esserci, anzi una volta c’era pure. Piazza d’Armi, prima del sisma, era la spiaggia degli aquilani che affollavano l’interno della pista d’atletica e i dintorni alberati, tra chiacchiere, corse e infinite partite di pallone. A farne le spese i poveri agonisti dell’atletica. Nel dopo sisma, per sistemare la situazione, si provvide a rifare la pista di atletica, riservandone giustamente l’accesso solo a chi deve fare atletica. A fianco è nato un campo da rugby, riservato giustamente solo a chi gioca a rugby.

Doveva nascere anche un parco urbano, dopo che il Comune aveva riacquistato la vecchia area militare dal demanio: a quindici anni dal sisma non ce n’è traccia. Magari tra dieci anni, per la terza generazione di migranti del Bangladesh, sarà la volta buona anche per il parco.



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