Le ore sospese dei richiedenti asilo a due passi dal mercato di piazza d’Armi
Bivacco diurno tra lamiere e teli, a poche decine di metri dalla spesa e dal viavai
di Fabio Iuliano | 05 Febbraio 2026 @ 10:20 | ATTUALITA'
L’AQUILA – A Piazza d’Armi, a circa duecento metri dalla mensa dei poveri e a pochi passi dal mercato cittadino, durante il giorno resta un bivacco fatto di materiali da cantiere: lamiere, pannelli isolanti, lastre ondulate, tubi corrugati, reti arancioni, pezzi di cartongesso, sacchi neri, legni e detriti ammassati ai margini dell’area verde. Tra sterpaglia e fango, i teli e i pannelli diventano riparo dal vento e punto d’attesa.
Qualcuno resta lì a fare la guardia agli averi: zaini, coperte, vestiti, documenti. Tutto ciò che serve per non sparire. Tutto ciò che può sparire in un attimo. I richiedenti asilo dal Pakistan e dall’Afghanistan sono oggi 33. La sera vengono accolti grazie alla scelta della Fraterna Tau di destinare una parte dei locali della mensa dei poveri all’ospitalità, con l’uso di brandine.
Di notte, almeno, esiste un tetto. Di giorno, no. Fuori, la scena resta scomoda perché è incastrata nella normalità della città: i banchi del mercato, le borse della spesa, le vetrine, il viavai quotidiano stanno a pochi metri dai teli e dai sacchi. Mondi paralleli che si sfiorano senza incontrarsi.

Si guardano di lato. Fingono di non vedersi. Il bivacco diurno nasce dal bisogno di non perdere nulla e dalla mancanza di un luogo dove lasciare le cose in sicurezza. Così piazza d’Armi diventa un magazzino improvvisato e un punto di ritrovo. Persone sedute su tavole o pietre consumano un pasto veloce, bevono un tè caldo preparato con mezzi di fortuna, aspettano che passi la giornata. A volte lo offrono anche a chi si ferma a parlare. Due si accovacciano, versano lentamente da un piccolo termos, porgono il bicchiere con un gesto serio, quasi cerimoniale. È poco. È tutto.
Tra i pannelli appoggiati e le lamiere piegate si intravedono cambi di vestiti, bottiglie d’acqua, coperte arrotolate, sacchi chiusi con lo spago. Tutto compresso. Tutto pronto a essere spostato in pochi minuti. Qui niente è stabile, nemmeno per sbaglio. Il materiale abbandonato finisce per creare micro-spazi: una barriera contro il vento, un angolo meno umido, un riparo per non bagnare uno zaino. È una logica di sopravvivenza elementare: coprire, isolare, difendere. Architettura minima, senza progetto, senza futuro. Intorno si accumula l’effetto collaterale inevitabile: degrado, polvere, plastica, residui che si mescolano al terreno.
Un paesaggio provvisorio che, giorno dopo giorno, smette di essere provvisorio. Si stabilizza nel disordine. Diventa parte dell’arredo urbano. Quando la vita è stipata in due borse, il problema non è solo mangiare o dormire. È proteggere ciò che permette di restare una persona, non un’ombra. Un documento. Una foto. Un quaderno. Una maglia pulita. Un nome. Il dato delle 33 persone accolte evita semplificazioni, ma non chiude il discorso. La notte è coperta da una soluzione di emergenza, dentro spazi nati per la mensa e adattati all’ospitalità. Il giorno resta scoperto. Tra il pasto serale, le brandine e il risveglio, c’è un vuoto di ore passato su sedie improvvisate, tra rottami e attese. Un tempo sospeso, senza destinazione. In cui si resta fermi, ma solo per non cadere.




