L’Aquila, la Visitazione scomparsa e il mistero di quella “gran ricompensa”

Un intrigo internazionale tra diplomazia, arte e fede

di Fausto D'Addario | 01 Marzo 2026 @ 05:45 | CULTURA
la Visitazione scomparsa

Negli Archivi Vaticani è custodita la copia di una singolare lettera: si tratta di una supplica, rispettosa, certo, ma carica di tensione, di promesse non mantenute e di interessi incrociati tra Roma, Napoli e Madrid. Al centro: il capolavoro di Raffaello Sanzio, la Visitazione, sottratta alla città dell’Aquila, finita alla corte del re di Spagna e oggi conservata al Museo del Prado.

Dietro quel documento, inviato al papa Alessandro VII dall’abate della Collegiata di San Silvestro, c’è più di una richiesta di compenso economico. È il racconto di una perdita, di un abuso di potere, ma anche di una storia profondamente umana che intreccia diplomazia, arte e fede.

“La Chiesa… priva di tanta gioia, è restata desolata”

La scena iniziale è L’Aquila, nella Collegiata di San Silvestro. Qui era custodita una delle opere più celebri del Rinascimento italiano: la Visitazione di Raffaello, “stimata in Napoli da periti nell’arte ducati 40 mila”, si legge nella lettera. Una cifra enorme, ma considerata in realtà “senza stima”, così preziosa da non aver prezzo.

La Visitazione nasce infatti grazie al legame tra Raffaello Sanzio e la potente famiglia aquilana dei Branconio, in particolare con Giovanni Battista Branconio. Il soggetto – l’incontro tra Maria ed Elisabetta – era legato alla devozione privata della famiglia: la moglie di Marino Branconio si chiamava Elisabetta e il figlio Giovanni, in omaggio alla scena evangelica. Il dipinto rimase a L’Aquila per circa un secolo e mezzo.

Poi, improvvisamente, il colpo di scena. Nel 1655 l’opera, “pittura delle più celebri di Rafael d’Urbino”, viene sottratta dalle autorità spagnole che governavano la città. L’ordine partiva dal viceré di Napoli, il conte di Castrillo, García de Haro Sotomayor y Guzmán, in nome di Filippo IV, “Sua Maestà Cattolica, che Dio guardi”. Le cronache raccontano una resistenza disperata: gli aquilani arrivarono perfino a murare le porte della chiesa pur di impedire il trafugamento. Ma fu inutile.

Un trasferimento ufficiale, dunque. Tutto avvenne “con ordine di Vostra Santità”, il papa. Non un furto nel senso comune. Ma per gli aquilani lo era – e lo è – eccome: la loro opera più preziosa sparisce, destinata alla corte spagnola.

“Si promise gran ricompensa”

A questo punto entra in scena Roma e il nostro documento. Già prima di marzo 1659 don Giovanni Pietro Gentileschi, abate della Collegiata di San Silvestro, scriveva al papa. E, data la stima, la compensazione promessa per la cessione del dipinto doveva essere ingente. “Gran ricompensa”, dice la lettera. Eppure, dopo il trasferimento, cala il silenzio. Nessuna risposta, nessun pagamento.

Gentileschi racconta: “havendone fatte molte istanze in voce e con memoriali appresso quel Signor Vice Ré, non se n’è possuto sin’hora per la Chiesa ricever cosa alcuna”. La chiesa di San Silvestro “priva di tanta gioia, è restata desolata”. E lui, ormai senza mezzi per continuare “tanto pio negotio”, implora il pontefice Alessandro VII. di intervenire. Non è una richiesta qualsiasi: è un appello alla massima autorità della Chiesa perché intervenga in una questione che ormai ha il sapore di un intrigo internazionale.

Il caso si trasforma così in un mistero: dov’è finito il denaro promesso?

“Voglia favorir opera così pia e giusta”

Gentileschi supplica il pontefice affinché incarichi Giulio Spinola, nunzio in Napoli dall’ottobre 1658 al 1665 e poi cardinale, di fare pressione sul viceré. E se questo non bastasse, propone di coinvolgere “il Signor Ambasciatore di Spagna” a Roma, che in quegli anni era inizialmente Gaspar de Sobremonte y Villalobos tra il 1658 e il 1659. A lui subentrò poco dopo Luis Guzmán Ponce de León, conte di Villaverde, nominato ambasciatore nel 1657 ma effettivamente presente a Roma a partire dall’aprile 1659.

La lettera passa per le mani di un altro protagonista, l’uditore della Camera Apostolica Volumnio Bandinelli, segno che la questione è arrivata ai livelli più alti della Curia.

Un caso tra fede e politica

La trama si fa sempre più fitta. Da una parte c’è una comunità religiosa che rivendica giustizia; dall’altra la monarchia spagnola, potenza dominante in Italia meridionale; in mezzo, la diplomazia pontificia, chiamata a mediare senza incrinare equilibri delicati.

Gentileschi, con linguaggio devoto, insiste sul carattere pio della richiesta e assicura che “il supplicante con tutto il Capitolo pregherà sempre Sua Divina Maestà per la sua conservatione”. Ma tra le righe emerge chiaramente il vero nodo: il valore economico e simbolico dell’arte.

La storia della Visitazione è emblematica. Racconta il rapporto difficile tra L’Aquila e il dominio spagnolo, già segnato dalla repressione del 1527 – ricordata ancora oggi nel motto inciso sul Forte Spagnolo: Ad reprimendam aquilanorum audaciam. E racconta anche qualcosa di più universale: il destino delle opere d’arte, spesso ostaggio del potere politico, e il valore simbolico che esse assumono per una comunità.

Resta invece aperta la domanda che aleggia sulla lettera: la chiesa di San Silvestro fu mai davvero risarcita?

Il documento non lo dice. E forse è proprio questo il fascino della vicenda: una storia a metà tra fede e diplomazia, tra devozione e interessi politici, dove l’arte diventa il bottino più prezioso.



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